Mi aspettava da almeno tre mesi, zitto sotto una pila di altri libri vicino al letto. Non mi ricordavo neanche di averlo preso, tanto che sabato lo stavo ricomprando. Letto tutto in tre giorni. Tutto meno l'ultimo capitolo, saranno quattro pagine, rimando la lettura e cerco così di prolungare ancora un po' la piacevolezza delle immagini. L'eco delle voci. Il finale della storia. Se questo libro mi piace forse è perchè sta un po' dove vorrei essere io, in molti sensi. Anche geografico, per esempio. Voglio fare la cameriera a New York, ho detto alla cena aziendale dell'ultimo natale, dove colleghi scravattati e colleghe in mise da urlo si sono messi a fare il gioco cosa-vorresti-fare-se-non-facessi-quello-che-fai, esibendo desideri di essere piloti di aeroplani, maestri di diving, gestori di un agriturismo in Toscana e, attenzione, corista coi Pearl Jam (idea, quest'ultima, che quasi quasi mi convinceva a cambiare la mia).
Ma più di tutto, questo libro mi piace perchè sta dove sono (da mesi, ormai): comodamente a metà tra un SI e un NO, al centro di un aeroporto a osservare tizi cha arrivano e che partono, senza essere arrivata, senza desiderare di partire. Senza sentire l'urgenza di scegliere. Felicemente in equilibrio tra questo e quello. Fuori dal bianco e dal nero, dentro un tiepido grigio. Quattro pagine e il libro finisce. Cercherò di farlo durare tutta la sera. Lo sento molto forte, incredibilmente vicino.
Jonathan Safran Foer
Molto forte, incredibilmente vicino
Guanda, 2005
categoria:reading in progress, kind of music, secondo piano torre sud








Giorni lenti in ufficio, e ore veloci tra una telefonata e un caffè. La bionda gentile è tornata a trovarmi, oggi. Abbronzata, come tutti d'altronde, e con la mollezza di tutti nel girare intorno a un argomento, frasi smussate e morbidi gesti: la fretta è ancora in vacanza. C'è il progetto che incombe, non vogliamo guardarlo? Pochi giorni e si parte, non vuoi cambiare qualcosa? Sfoglio gli appunti, guardiamo le immagini che scorrono sullo schermo. Questo non va bene, qui ci vorrà quell'affare che hai detto. Ci mettiamo un po' più di colore, che dici? Mi sembra così buio, tutto questo nero. Nero è elegante, dice lei, ai clienti piace. Nero è una noia mortale, mettiamoci un po' di colore. Passa un pavone a fare un saluto, non ci manca proprio niente in questo nuovo ufficio. E' una pavona, a essere onesti, che si specchia nei vetri come si conviene alle specie. Fa qualche passo verso di noi, piega la testa di qua e di la, sembra perplessa. Signora pavona, è la tua immagine o la mia che ha qualcosa che non va? Se ho questa faccia è perchè sono ancora in vacanza, su, dammi qualche giorno e tornerà come prima. E' che succede sempre qualcosa, in vacanza. Io qui sto bene, ho una scrivania nuova e grandi finestre luminose. Ho perfino una lavagna che mi dice quello che deve accadere, e puntualmente quello che è scritto lì succede, con grandiosa precisione. Ma mi prende a volte il desiderio di essere da un'altra parte, di fare a volte un giorno diverso. Come quando a scuola si bigiava all'ultimo momento, e ci si concedeva all'improvviso un giorno via dai banchi e dai libri, e si faceva gruppo con quelli, come me, che giravano tra il duomo e il castello con lo zaino appeso alle spalle, a mangiare un panzerotto da Luini se c'erano spiccioli da spendere, o sfogliare libri in libreria o su una panchina a porta venezia se la stagione era buona. Mica voglio bigiare tutti i giorni, ma una volta tanto può andare. Che dici, signora pavona? Si può fare? Segue breve elenco delle cose che vorrei fare: