mercoledì, 10 settembre 2008
Quando la Sonia si è girata con gli occhi spalancati e la faccia tutta contratta in una smorfia tremenda, ho pensato che stesse per vomitare, o gridare, o svenire da li in piedi per un attacco di cuore. Invece è scoppiata in un pianto dirotto e si è coperta gli occhi con le mani, scuotendo la testa e singhiozzando, io non ce la faccio, non ce la faccio... Da tre giorni è rientrata dalla maternità, Emma la dolce ha compiuto un anno e ha iniziato ad andare al nido, e la So sta finendo di partorirla e staccarsi da lei. Mettiti comoda So, non ci si riesce forse veramente mai, anche a impegnarsi a fondo. Teo mi strilla quando gli chiedo vuoi dell'uva? una mela? ti va una fetta di torta? Perchè lo fai, mi chiede. Anticipo i tuoi desideri, gli dico, si chiama amore materno. Ma lo dico e so che non è vero, o almeno non del tutto.

Ho incontrato un tipo, in via Paolo Sarpi, dentro una gelateria, per caso. Una strada affascinante, che non avevo mai visto e che potrebbe stare, per chi non la conoscesse, a venti chilometri nord di Shangai. Lui era tutto impegnato a mangiare un gelato, portava una maglietta dei gondolieri di venezia e ridacchiava tra sè guardandomi. Una di quelle persone con una bolla prossemica straordinariamente ridotta, se capite cosa intendo, uno che se incontra la persona sbagliata si porta via una manica di botte senza neanche capire perchè. Mi si è avvicinato e mi ha raccontato che anche lui aveva una gelateria, vent'anni fà vicino alla Bocconi. Mi ha spiegato com'era diverso, allora, fare i gelati, e che adesso ci sono invece macchine meravigliose che ti fanno anche dieci gusti contemporaneamente. Si era messo in testa di impiantare una gelateria italiana a Miami, perciò ha venduto tutto ed è partito. Ma non ha funzionato. Allora ha girato mezza America suonando in un gruppo rock (mi ha detto il nome, l'hai mai sentito? Hanno anche fatto un album o due). Insomma, suonavano qua e là, era divertente, l'America è davvero grande. A San Francisco si è fermato cinque anni, poi a Chicago, New York. A New York sei sempre giovane, mi ha detto. Qui a Milano a quarantanni sei vecchio, lì hai ancora tutta la vita davanti. E perchè sei tornato allora? Ho sposato una modella, poi lei si è messa a lavorare per quella famosa rivista di moda... Quella? Toh guarda, ma allora siamo quasi colleghi! Mi ha detto il suo nome, (no, mi spiace, non la conoscevo) e comunque adesso non siamo più sposati. Fine del gelato. Fine della storia. Ora vado, scusa se ti ho importunato. Figurati, è stato un piacere. Quando sta per uscire gli dico, ehi, ma tu cosa suonavi? Il basso, mi dice lui ammiccando con orgoglio. Cavolo, io invece canto. Mi fa cenno di si, come se fosse ovvio trovarsi per caso in un posto in Paolo Sarpi e avere così tanto in comune, la musica, la nostalgia di New York, e quasi quasi, di sguincio, potevamo perfino essere colleghi. Il caso non esiste, ha ragione il Kung-Fu Panda. Gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne va a piccoli passi veloci e anch'io me ne vado per la mia strada.


(magari un giorno vi dico. Di altro, di viaggi, di nascite e morti e di tutte le stupidate così ovvie e singolari che fanno la vita di una persona.
I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love /
If you want me again look for me under your boot-soles...- non la capisco bene ma fa abbastanza figo)

 
postato da: BellaLu alle ore 23:45 | Permalink | commenti
categoria:quante storie, kind of music, i s-cetc
sabato, 19 aprile 2008
AH

A uno a uno passano i giorni, e nessuna notizia di te. Passano a volte a cinque a cinque, a sette, a dieci, passano in gruppi solidi e compatti, tengono gli occhi a terra e un passo veloce. Ma vanno o stanno tornando? E perchè tanta fretta? Ogni tanto qualcuno si stacca dal gruppo, si ferma come colpito da un pensiero improvviso, o come chi in una piazza straniera riconosce qualcuno. I giorni a volte sono così.
Conoscevo una ragazza che non era nè bella nè brutta, nè particolarmente intelligente o interessante. Ma in una cosa era bravissima. Aspettare. Era soprattutto specializzata nell'aspettare i ritorni. Da piccola era capace di aspettare tutta la mattina che mamma venisse a riprenderla a scuola. Quando poi era a casa, aspettava papà che tornasse la sera, e la sera aspettava pazientemente il mattino e le amiche e le compagne di scuola. Da ragazza aveva affinato tecniche per ingannare il tempo nell'attesa. Per esempio leggeva. Leggeva di tutto, da James Joyce ai trattati di macrobiotica, dal manuale di nonna papera a testi di filologia. Lingue altaiche, per esempio, per le attese molto lunghe. Aveva una particolare passione per le finestre. Poteva stare ovunque, purchè avesse una finestra attraverso la quale buttare di tanto in tanto una rapida occhiata. Poichè spesso le attese erano brevi (i genitori tornavano, gli amici tornavano, smarriva oggetti che tornavano) aveva anche brevettato un sistema così da prolungarle, in modo inutile e perlopiù doloroso, ma sempre molto molto efficace. Se non c'erano attese da attendere, lei le creava. Con la naturalezza degli artisti dotati. Non si era mai domandata il perchè dell'attesa, e soprattutto non si era mai domandata chi/cosa aspettasse. Poi un giorno (ma questo è successo molto molto tempo dopo, quando la ragazza-delle-attese era già una donna che si tingeva i capelli) nel mezzo di un discorso che riguardava tutt'altro lei disse, ah.
Come un tassello di puzzle che incontra il suo compagno.
Ah.
Come una slogatura che ritrova la giusta collocazione.
Ah.
Come un tappo che infine cede e fa clack.
Lei fece ah.
Una volta ero con gente e mi sono resa conto che era appena saltata un'otturazione al molare. Il suo ah dev'essere stato molto simile al mio - secco, prodotto da una breve inspirazione a bocca aperta, accompagnata da una leggera dilatazione degli occhi e lieve corrugamento (parola che dubito esista) della fronte. Ho ricomposto subito un'espressione come-se-niente-fosse, continuando a chiacchierare amabilmente (per quanto possibile) fino a che ho potuto ritirarmi da qualche parte e liberarmi del mio inopportuno prodotto odontotecnico.
Lei fece ah e poi continuò la conversazione, di cui però non riuscì più a seguire il filo (la sua sorpresa era molto più grande della mia, giustamente). Le attese si erano ricongiunte tutte insieme, il chi/cosa era tornato. Se non per sempre, per abbastanza a lungo.

Penso a lei mentre passano i giorni e tu non mandi notizie. Alla finestra c'è pioggia che inzuppa il glicine provocando una seconda pioggia violetta. Alla ragazza-delle-attese piacerebbe da morire.

postato da: BellaLu alle ore 01:32 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte, quante storie
giovedì, 06 dicembre 2007

Io e Fabio andiamo al mare. Stay hungry, stay foolish.

postato da: BellaLu alle ore 23:35 | Permalink | commenti
categoria:fabio volo, quante storie
domenica, 14 ottobre 2007

Accolgo le amiche con lunghi abbracci muti. Poi offro qualcosa, un tè, un caffè, una bibita fresca a seconda dell'ora. Racconto i brevi fatti senza enfasi, senza fatica apparente, come fanno i bambini quando si improvvisano venditori al parco giochi e dispongono con ordine tre giornalini, una macchinina, un sacchetto di biglie di vetro. Non so se questa cosa sia "aprire il cuore": immagino che tutto dovrebbe essere più drammatico, e invece non mi sembra che lo sia. In cambio ricevo le loro confessioni inattese, non sollecitate, a loro modo sorprendenti. A. ha due bambini e una grande casa in campagna. Lei è tutto quello che io potrei desiderare di essere: un carattere energico, sicuro, un fisico asciutto, un po' angoloso. Sul lavoro, bravissima. Determinata, diretta. Mi sta davanti con gli occhi bassi e il respiro in gola per dirmi che da tempo crede che suo marito abbia un'altra donna, in un'altra città, dove spesso (troppo spesso) lo porta il lavoro. Ricciolidoro è il ritratto dell'esuberanza, basta vedere come balla la salsa. Ride in modo inconfondibile, buttando indietro la testa, e veste sempre microabiti e tacchi vertiginosi. Ma qui abbassa la voce e confida di una famiglia spezzettata e che da anni si paga una psicanalisi serrata, due volte la settimana. Anche I. abbassa la voce. E' troppo giovane, mi dico, per avere segreti. Invece ascolto la storia di un'altra vita, di un'altra lei. Perfino la bionda gentile riesce a stupirmi. Due matrimoni, due divorzi. Davvero, non sapevo, non sospettavo lontanamente.

Io ascolto, loro ascoltano. I nostri piccoli segreti stanno davanti a noi per quello che sono: tre giornaletti, una macchinina, un sacchetto di biglie di vetro. Presto è ora di cena e raccoglieremo le nostre cose per tornarcene a casa, a essere quelle di sempre.

postato da: BellaLu alle ore 00:43 | Permalink | commenti (1)
categoria:lettere dal fronte, quante storie
giovedì, 23 agosto 2007
La cosa strana era che lei non ci aveva nemmeno provato, a difendersi. Stava zitta e calma, come se stesse intensamente pensando a qualcos'altro, come colpita dall'opacità dei vetri che stavano alle sue spalle, e meditasse di passarci uno straccio, subito, al più presto, sì, ecco, passare uno straccio sarebbe stata la cosa giusta da fare. Parecchio tempo dopo, tipo anni intendo, era ancora quello il particolare che ricordava, e ci impiegò parecchio a distogliere il pensiero da lì. (E' strano come certe cose - insignificanti - rimangano impigliate, in modo apparentemente inspiegabile, tra le nostre pieghe cerebrali e acquistino una - immeritata - importanza nella nostra collezione privata di attimi. Conosco persone che, se avessero un soldo per ogni ricordo, sarebbero ricche sfondate). Era convinta che la liberazione da quella pena fosse poter tornare a quel momento, e allungando la mano (poca strada, a pensarci bene) passarla sul vetro. Che sciocchezza, avrebbe detto poi. Quanta energia ci vuole a conservare un ricordo che non vale la pena?
(Ehi, bambina, credevi davvero che tutto questo fosse gratis? No, disse lei, ma pensavo di avere già pagato abbastanza. Comunque ora vado a dormire, e, credimi, dormirò. Come chi non ha debiti in giro).
postato da: BellaLu alle ore 01:38 | Permalink | commenti
categoria:quante storie