sabato, 19 aprile 2008
AH

A uno a uno passano i giorni, e nessuna notizia di te. Passano a volte a cinque a cinque, a sette, a dieci, passano in gruppi solidi e compatti, tengono gli occhi a terra e un passo veloce. Ma vanno o stanno tornando? E perchè tanta fretta? Ogni tanto qualcuno si stacca dal gruppo, si ferma come colpito da un pensiero improvviso, o come chi in una piazza straniera riconosce qualcuno. I giorni a volte sono così.
Conoscevo una ragazza che non era nè bella nè brutta, nè particolarmente intelligente o interessante. Ma in una cosa era bravissima. Aspettare. Era soprattutto specializzata nell'aspettare i ritorni. Da piccola era capace di aspettare tutta la mattina che mamma venisse a riprenderla a scuola. Quando poi era a casa, aspettava papà che tornasse la sera, e la sera aspettava pazientemente il mattino e le amiche e le compagne di scuola. Da ragazza aveva affinato tecniche per ingannare il tempo nell'attesa. Per esempio leggeva. Leggeva di tutto, da James Joyce ai trattati di macrobiotica, dal manuale di nonna papera a testi di filologia. Lingue altaiche, per esempio, per le attese molto lunghe. Aveva una particolare passione per le finestre. Poteva stare ovunque, purchè avesse una finestra attraverso la quale buttare di tanto in tanto una rapida occhiata. Poichè spesso le attese erano brevi (i genitori tornavano, gli amici tornavano, smarriva oggetti che tornavano) aveva anche brevettato un sistema così da prolungarle, in modo inutile e perlopiù doloroso, ma sempre molto molto efficace. Se non c'erano attese da attendere, lei le creava. Con la naturalezza degli artisti dotati. Non si era mai domandata il perchè dell'attesa, e soprattutto non si era mai domandata chi/cosa aspettasse. Poi un giorno (ma questo è successo molto molto tempo dopo, quando la ragazza-delle-attese era già una donna che si tingeva i capelli) nel mezzo di un discorso che riguardava tutt'altro lei disse, ah.
Come un tassello di puzzle che incontra il suo compagno.
Ah.
Come una slogatura che ritrova la giusta collocazione.
Ah.
Come un tappo che infine cede e fa clack.
Lei fece ah.
Una volta ero con gente e mi sono resa conto che era appena saltata un'otturazione al molare. Il suo ah dev'essere stato molto simile al mio - secco, prodotto da una breve inspirazione a bocca aperta, accompagnata da una leggera dilatazione degli occhi e lieve corrugamento (parola che dubito esista) della fronte. Ho ricomposto subito un'espressione come-se-niente-fosse, continuando a chiacchierare amabilmente (per quanto possibile) fino a che ho potuto ritirarmi da qualche parte e liberarmi del mio inopportuno prodotto odontotecnico.
Lei fece ah e poi continuò la conversazione, di cui però non riuscì più a seguire il filo (la sua sorpresa era molto più grande della mia, giustamente). Le attese si erano ricongiunte tutte insieme, il chi/cosa era tornato. Se non per sempre, per abbastanza a lungo.

Penso a lei mentre passano i giorni e tu non mandi notizie. Alla finestra c'è pioggia che inzuppa il glicine provocando una seconda pioggia violetta. Alla ragazza-delle-attese piacerebbe da morire.

postato da: BellaLu alle ore 01:32 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte, quante storie
giovedì, 22 novembre 2007

Ritmi serrati in ufficio, lunghe liste di to-do che si cancellano per sfinimento. Gioco a tennis con outlook, una mail la prendo, una la schivo, questa la rendo al mittente in volata. La Simo vuol discutere una cosa, ok, le dico, ma parla veloce. Parla veloce??? Respira, piuttosto, che fa bene alla salute. Da Alberto in due ore e mezza non facciamo altro che questo, respirare, poi aggiungere un suono, un tono, un mezzo tono, qualcuno si appoggia, un altro risponde, Angelo sovrasta e Giada bisbiglia, ognuno ha qualcosa da dire, e lo dice così, ed è chiaro per tutti, e nessuno fraintende. Fosse così dappertutto. Dalla playlist di Dadà ascolto Pieces, la batteria mi stuzzica a doppiare Deryck come-si-chiama, ma è troppo tardi per cantare stasera.

 (Dai, su, non noti niente di diverso in me?
Mmm, hai tagliato i capelli? No? Il colore allora, li hai fatti più chiari. Più scuri. Ti sei messa il mascara, si, si lo vedo, hai messo il mascara. Il rossetto? Il fard? Ah, hai fatto la lampada?
Guarda bene, dai, osservami meglio.
Boh, è qualcosa che hai addosso? La camicia, la collana di perle di vetro? Hai un nuovo profumo. Le scarpe! Le scarpe col tacco!
Apri gli occhi, salame, l'essenziale è lì che ti guarda, a volerlo vedere. Ho tolto la fede.)

postato da: BellaLu alle ore 23:45 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte, kind of music, i s-cetc, secondo piano torre sud
domenica, 11 novembre 2007

Ho appena finito di ridipingere la cucina. Lo so, non è l'ora, ma forse cercavo una scusa per fare fatica, o forse era il giallo che premeva e chiedeva strada alle pareti. Ne è venuto un bel lavoro, dovreste vedere.

(Alle 17 e 45 era già finito tutto. Lei piangeva e singhiozzava, seduta sul divano. Il mio divano. Tad aveva parole dolci, non piangere, dai, non è successo niente, questa storia non ti riguarda, tu sei una persona stupenda, non è colpa tua. Lei continuava, tenendo le mani chiuse a pugno sugli occhi, e lui le cingeva con tenerezza le spalle. Le aveva portato dell'acqua, cercava di convincerla a bere, ma lei faceva no con la testa e piangeva più forte. E dov'ero io in questa scena? Io me ne stavo appoggiata alla finestra, le mani dentro le tasche dei pantaloncini da corsa, anch'io le avevo strette a pugno con le unghie tutte conficcate nella parte morbida alla base del pollice. Fissavo la scena e probabilmente avevo un mezzo sorriso e, sì, fischiettavo. A volte le cose assurde sono le uniche che ci vengono da fare. Avevo in testa il ritornello della nuova canzone di Springsteen, this is radio nowhere, e la fischiettavo in un loop infinito, da disco rotto, inspirando e espirando più forte che potevo (mi sembrava), come se fosse una gara. Io non fischietto mai. Voglio dire, la mia specialità è cantare, un'attività che parte più o meno dalla pancia, trapassa il plesso solare, prende forza dai polmoni, sale su per la trachea fino alle corde vocali, si allarga nella gola e poi nella bocca, risuona contro il palato, le guance e gli alveoli e finalmente esce e si allarga (si allunga) davanti a me. Fischiettare per me è come passare un gesso appuntito sulla lavagna. Ora Tad cerca di farla alzare, ma lei oppone resistenza, dice che no, non ce la fa. Allora lui mi guarda torvo, la vuoi smettere, mi dice, la vuoi lasciare in pace. Ma io continuo a fischiettare, anzi, ci dò dentro con più forza, sperando forse che il gesso cancelli l'immagine e si possa cominciare da capo.)  

postato da: BellaLu alle ore 23:10 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte
giovedì, 01 novembre 2007

Perdona l'improvvisata. Alle nove del mattino con l'acqua che viene a dirotto e il flip flap dei tergicristalli in sottofondo.

Simona?

Si...?

Le dico il mio nome, e gli attimi che seguono si allungano in un silenzio che è come un elastico teso lentamente, fino a rintracciare la mia faccia, la mia storia, a collocarmi al segno esatto del suo blocco d'appunti. A me succede un'infinità di volte: mi chiama qualcuno, o lo incontro, e prima di ricordarmi chi è, cosa faccia nella vita, in che occasione ci siamo già incontrati, emergono le impressioni di piacere/noia/fastidio che gli sono legate. La mia pancia ricorda meglio della mia testa, si potrebbe dire. Mi saluta con stupore sincero, toh guarda, ma che sorpresa, come sta? Poi si corregge, come stai?, che gli ultimi tempi si era passate al tu. Ecco, come vuoi che stia. Bene, credo. Sta tutto cadendo a pezzettini, ma è tutto ok, mi sembra. A mia madre ieri ho detto che se mi diceva ancora che non potevo farle questo, che le spezzavo il cuore, se mi diceva ancora di pensarci bene, ecco, io le ho detto che smetterò di parlarle. Punto. Fine della discussione. I pezzettini che cadono, vedi, sono io che li provoco, e non provo il minimo senso di colpa. Sono un'egoista, sono la persona più egoista che conosco, e neanche mi va di ragionare. Mi permetto tutta la cattiveria che sento, una durezza che mi stupisce e a momenti mi spaventa, ma non al punto di riconsiderare i fatti e tornare sulla mia scelta. Elena mi ha regalato un libro, come diventare più buoni, ma è un'inclinazione che al momento fatico ad assecondare. Solo a tratti mi prende un po' di sgomento, come trovarsi di botto senza aria da respirare, come essersi tuffati un po' troppo in profondità e non riuscire a calcolare se ci sarà abbastanza fiato per arrivare al filo dell'acqua. Ci sono centimetri che possono cambiare l'intera prospettiva con cui si guarda una situazione. E' un po' per questo che ti chiamo. Non sento niente, ma ci dev'essere un gran casino qui intorno.

(E poi me l'hanno chiesto gli occhi di Teo l'altro giorno, sono entrata in camera sua e se ne stava disteso sul letto, il cuscino sopra le orecchie, immobile come il gatto Bernie al suo fianco. E uno sperdimento infinito negli occhi. Sono rimasta pochi secondi a guardarlo, poi mi sono distesa vicino a lui. Due sperdimenti che si intendevano senza parole, e il gatto che ronfava felice nel mezzo.)

postato da: BellaLu alle ore 00:44 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte, reading in progress, i s-cetc
martedì, 23 ottobre 2007
Le amiche se ne sono appena andate, lasciandomi un'orchidea rossa, bellissima, che si chiama Afrodite, e due mezze bottiglie di vino che chissà quando finirò. Il Nero d'Avola, che gran facilitatore di comunicazione. Si cazzeggia, si ride, si riempie di suoni una casa che da tre settimane sta zitta in un inconsueto silenzio. Parla la Gio, campionessa di praticità, la Ki rincalza, Anna sopra tutte e la bionda gentile a tirare le fila dei discorsi. Smettila di raccontarti favole, dice qualcuno, lui non se n'è andato di casa, diciamo piuttosto che l'hai buttato fuori. Io protesto, debolmente. Io non sono così. BellaLu non fa questo. BellaLu è cortese, comprensiva sempre, si muove con grazia nel negozio di cristalli e mai mai mai ha rotto un bicchiere. C'è il momento della confessione solenne (il Nero d'Avola, ah, che vino divino): ecco, io mi sento come chi si è sempre mosso con grazia tra i cristalli ed ora agita le braccia sopra gli scaffali, compie salti acrobatici abbattendo le vetrine luccicanti con fragore assordante, spazza i gingilli, rovescia i ripiani, e prima di allontanarsi, come niente, spara sulla cassiera.
Un silenzio spesso accoglie la notizia. Pesa sui piatti, sulla tovaglia a quadretti coperta di briciole. Il vino compie giri lenti nei bicchieri. Be', dice Anna, certe cassiere stanno proprio sui coglioni.
postato da: BellaLu alle ore 01:15 | Permalink | commenti
categoria:lettere dal fronte