Ho incontrato un tipo, in via Paolo Sarpi, dentro una gelateria, per caso. Una strada affascinante, che non avevo mai visto e che potrebbe stare, per chi non la conoscesse, a venti chilometri nord di Shangai. Lui era tutto impegnato a mangiare un gelato, portava una maglietta dei gondolieri di venezia e ridacchiava tra sè guardandomi. Una di quelle persone con una bolla prossemica straordinariamente ridotta, se capite cosa intendo, uno che se incontra la persona sbagliata si porta via una manica di botte senza neanche capire perchè. Mi si è avvicinato e mi ha raccontato che anche lui aveva una gelateria, vent'anni fà vicino alla Bocconi. Mi ha spiegato com'era diverso, allora, fare i gelati, e che adesso ci sono invece macchine meravigliose che ti fanno anche dieci gusti contemporaneamente. Si era messo in testa di impiantare una gelateria italiana a Miami, perciò ha venduto tutto ed è partito. Ma non ha funzionato. Allora ha girato mezza America suonando in un gruppo rock (mi ha detto il nome, l'hai mai sentito? Hanno anche fatto un album o due). Insomma, suonavano qua e là, era divertente, l'America è davvero grande. A San Francisco si è fermato cinque anni, poi a Chicago, New York. A New York sei sempre giovane, mi ha detto. Qui a Milano a quarantanni sei vecchio, lì hai ancora tutta la vita davanti. E perchè sei tornato allora? Ho sposato una modella, poi lei si è messa a lavorare per quella famosa rivista di moda... Quella? Toh guarda, ma allora siamo quasi colleghi! Mi ha detto il suo nome, (no, mi spiace, non la conoscevo) e comunque adesso non siamo più sposati. Fine del gelato. Fine della storia. Ora vado, scusa se ti ho importunato. Figurati, è stato un piacere. Quando sta per uscire gli dico, ehi, ma tu cosa suonavi? Il basso, mi dice lui ammiccando con orgoglio. Cavolo, io invece canto. Mi fa cenno di si, come se fosse ovvio trovarsi per caso in un posto in Paolo Sarpi e avere così tanto in comune, la musica, la nostalgia di New York, e quasi quasi, di sguincio, potevamo perfino essere colleghi. Il caso non esiste, ha ragione il Kung-Fu Panda. Gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne va a piccoli passi veloci e anch'io me ne vado per la mia strada.
(magari un giorno vi dico. Di altro, di viaggi, di nascite e morti e di tutte le stupidate così ovvie e singolari che fanno la vita di una persona. I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love /
If you want me again look for me under your boot-soles...- non la capisco bene ma fa abbastanza figo)
categoria:quante storie, kind of music, i s-cetc








Ci sono momenti in cui mi ricordo di avere una fede che mi faceva scavalcare cancelli e abbracciare sconosciuti allo stadio. Ho molta nostalgia di quegli abbracci. Ma Dadà ha messo il bandierone alla finestra, e sfotte Teo che è milanista, rifacendosi di una lunghissima adolescenza di partite sofferte dove non si vinceva mai, mai, mai. Un pareggio ogni tanto.