Quando la Sonia si è girata con gli occhi spalancati e la faccia tutta contratta in una smorfia tremenda, ho pensato che stesse per vomitare, o gridare, o svenire da li in piedi per un attacco di cuore. Invece è scoppiata in un pianto dirotto e si è coperta gli occhi con le mani, scuotendo la testa e singhiozzando, io non ce la faccio, non ce la faccio... Da tre giorni è rientrata dalla maternità, Emma la dolce ha compiuto un anno e ha iniziato ad andare al nido, e la So sta finendo di partorirla e staccarsi da lei. Mettiti comoda So, non ci si riesce forse veramente mai, anche a impegnarsi a fondo. Teo mi strilla quando gli chiedo vuoi dell'uva? una mela? ti va una fetta di torta? Perchè lo fai, mi chiede. Anticipo i tuoi desideri, gli dico, si chiama amore materno. Ma lo dico e so che non è vero, o almeno non del tutto.
Ho incontrato un tipo, in via Paolo Sarpi, dentro una gelateria, per caso. Una strada affascinante, che non avevo mai visto e che potrebbe stare, per chi non la conoscesse, a venti chilometri nord di Shangai. Lui era tutto impegnato a mangiare un gelato, portava una maglietta dei gondolieri di venezia e ridacchiava tra sè guardandomi. Una di quelle persone con una bolla prossemica straordinariamente ridotta, se capite cosa intendo, uno che se incontra la persona sbagliata si porta via una manica di botte senza neanche capire perchè. Mi si è avvicinato e mi ha raccontato che anche lui aveva una gelateria, vent'anni fà vicino alla Bocconi. Mi ha spiegato com'era diverso, allora, fare i gelati, e che adesso ci sono invece macchine meravigliose che ti fanno anche dieci gusti contemporaneamente. Si era messo in testa di impiantare una gelateria italiana a Miami, perciò ha venduto tutto ed è partito. Ma non ha funzionato. Allora ha girato mezza America suonando in un gruppo rock (mi ha detto il nome, l'hai mai sentito? Hanno anche fatto un album o due). Insomma, suonavano qua e là, era divertente, l'America è davvero grande. A San Francisco si è fermato cinque anni, poi a Chicago, New York. A New York sei sempre giovane, mi ha detto. Qui a Milano a quarantanni sei vecchio, lì hai ancora tutta la vita davanti. E perchè sei tornato allora? Ho sposato una modella, poi lei si è messa a lavorare per quella famosa rivista di moda... Quella? Toh guarda, ma allora siamo quasi colleghi! Mi ha detto il suo nome, (no, mi spiace, non la conoscevo) e comunque adesso non siamo più sposati. Fine del gelato. Fine della storia. Ora vado, scusa se ti ho importunato. Figurati, è stato un piacere. Quando sta per uscire gli dico, ehi, ma tu cosa suonavi? Il basso, mi dice lui ammiccando con orgoglio. Cavolo, io invece canto. Mi fa cenno di si, come se fosse ovvio trovarsi per caso in un posto in Paolo Sarpi e avere così tanto in comune, la musica, la nostalgia di New York, e quasi quasi, di sguincio, potevamo perfino essere colleghi. Il caso non esiste, ha ragione il Kung-Fu Panda. Gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne va a piccoli passi veloci e anch'io me ne vado per la mia strada.
(magari un giorno vi dico. Di altro, di viaggi, di nascite e morti e di tutte le stupidate così ovvie e singolari che fanno la vita di una persona. I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love /
If you want me again look for me under your boot-soles...- non la capisco bene ma fa abbastanza figo)
Ho incontrato un tipo, in via Paolo Sarpi, dentro una gelateria, per caso. Una strada affascinante, che non avevo mai visto e che potrebbe stare, per chi non la conoscesse, a venti chilometri nord di Shangai. Lui era tutto impegnato a mangiare un gelato, portava una maglietta dei gondolieri di venezia e ridacchiava tra sè guardandomi. Una di quelle persone con una bolla prossemica straordinariamente ridotta, se capite cosa intendo, uno che se incontra la persona sbagliata si porta via una manica di botte senza neanche capire perchè. Mi si è avvicinato e mi ha raccontato che anche lui aveva una gelateria, vent'anni fà vicino alla Bocconi. Mi ha spiegato com'era diverso, allora, fare i gelati, e che adesso ci sono invece macchine meravigliose che ti fanno anche dieci gusti contemporaneamente. Si era messo in testa di impiantare una gelateria italiana a Miami, perciò ha venduto tutto ed è partito. Ma non ha funzionato. Allora ha girato mezza America suonando in un gruppo rock (mi ha detto il nome, l'hai mai sentito? Hanno anche fatto un album o due). Insomma, suonavano qua e là, era divertente, l'America è davvero grande. A San Francisco si è fermato cinque anni, poi a Chicago, New York. A New York sei sempre giovane, mi ha detto. Qui a Milano a quarantanni sei vecchio, lì hai ancora tutta la vita davanti. E perchè sei tornato allora? Ho sposato una modella, poi lei si è messa a lavorare per quella famosa rivista di moda... Quella? Toh guarda, ma allora siamo quasi colleghi! Mi ha detto il suo nome, (no, mi spiace, non la conoscevo) e comunque adesso non siamo più sposati. Fine del gelato. Fine della storia. Ora vado, scusa se ti ho importunato. Figurati, è stato un piacere. Quando sta per uscire gli dico, ehi, ma tu cosa suonavi? Il basso, mi dice lui ammiccando con orgoglio. Cavolo, io invece canto. Mi fa cenno di si, come se fosse ovvio trovarsi per caso in un posto in Paolo Sarpi e avere così tanto in comune, la musica, la nostalgia di New York, e quasi quasi, di sguincio, potevamo perfino essere colleghi. Il caso non esiste, ha ragione il Kung-Fu Panda. Gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne va a piccoli passi veloci e anch'io me ne vado per la mia strada.
(magari un giorno vi dico. Di altro, di viaggi, di nascite e morti e di tutte le stupidate così ovvie e singolari che fanno la vita di una persona. I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love /
If you want me again look for me under your boot-soles...- non la capisco bene ma fa abbastanza figo)
postato da: BellaLu alle ore 23:45 | Permalink | commenti
categoria:quante storie, kind of music, i s-cetc
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