giovedì, 22 novembre 2007

Ritmi serrati in ufficio, lunghe liste di to-do che si cancellano per sfinimento. Gioco a tennis con outlook, una mail la prendo, una la schivo, questa la rendo al mittente in volata. La Simo vuol discutere una cosa, ok, le dico, ma parla veloce. Parla veloce??? Respira, piuttosto, che fa bene alla salute. Da Alberto in due ore e mezza non facciamo altro che questo, respirare, poi aggiungere un suono, un tono, un mezzo tono, qualcuno si appoggia, un altro risponde, Angelo sovrasta e Giada bisbiglia, ognuno ha qualcosa da dire, e lo dice così, ed è chiaro per tutti, e nessuno fraintende. Fosse così dappertutto. Dalla playlist di Dadà ascolto Pieces, la batteria mi stuzzica a doppiare Deryck come-si-chiama, ma è troppo tardi per cantare stasera.

 (Dai, su, non noti niente di diverso in me?
Mmm, hai tagliato i capelli? No? Il colore allora, li hai fatti più chiari. Più scuri. Ti sei messa il mascara, si, si lo vedo, hai messo il mascara. Il rossetto? Il fard? Ah, hai fatto la lampada?
Guarda bene, dai, osservami meglio.
Boh, è qualcosa che hai addosso? La camicia, la collana di perle di vetro? Hai un nuovo profumo. Le scarpe! Le scarpe col tacco!
Apri gli occhi, salame, l'essenziale è lì che ti guarda, a volerlo vedere. Ho tolto la fede.)

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categoria:lettere dal fronte, kind of music, i s-cetc, secondo piano torre sud
mercoledì, 14 novembre 2007

Ho messo un vestito a fiori. E' un po' corto, un po' aderente, anche un po' scollato. A me poi i fiori addosso mi imbarazzano, dai, non sarà troppo frivolo? Non sembro un uovo di pasqua? Poco professionale? E poi, lo stivale senza calze, non sarà troppo aggressivo? Le chanelline tacco alto allora? Calza chiara o scura? Dubito, cincischio minuti davanti allo specchio.

Teo si è comprato una kefia dal marocchino. Ma sai almeno cosa significa, gli dico, perchè la porti? Le sai le guerre, gli americani, i martiri e gli eroi? Che stress, mi dice, la porto per ripararmi la gola. Beato lui, vorrei imparare almeno un po' di tanta ignoranza.

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categoria:i s-cetc
domenica, 11 novembre 2007

Ho appena finito di ridipingere la cucina. Lo so, non è l'ora, ma forse cercavo una scusa per fare fatica, o forse era il giallo che premeva e chiedeva strada alle pareti. Ne è venuto un bel lavoro, dovreste vedere.

(Alle 17 e 45 era già finito tutto. Lei piangeva e singhiozzava, seduta sul divano. Il mio divano. Tad aveva parole dolci, non piangere, dai, non è successo niente, questa storia non ti riguarda, tu sei una persona stupenda, non è colpa tua. Lei continuava, tenendo le mani chiuse a pugno sugli occhi, e lui le cingeva con tenerezza le spalle. Le aveva portato dell'acqua, cercava di convincerla a bere, ma lei faceva no con la testa e piangeva più forte. E dov'ero io in questa scena? Io me ne stavo appoggiata alla finestra, le mani dentro le tasche dei pantaloncini da corsa, anch'io le avevo strette a pugno con le unghie tutte conficcate nella parte morbida alla base del pollice. Fissavo la scena e probabilmente avevo un mezzo sorriso e, sì, fischiettavo. A volte le cose assurde sono le uniche che ci vengono da fare. Avevo in testa il ritornello della nuova canzone di Springsteen, this is radio nowhere, e la fischiettavo in un loop infinito, da disco rotto, inspirando e espirando più forte che potevo (mi sembrava), come se fosse una gara. Io non fischietto mai. Voglio dire, la mia specialità è cantare, un'attività che parte più o meno dalla pancia, trapassa il plesso solare, prende forza dai polmoni, sale su per la trachea fino alle corde vocali, si allarga nella gola e poi nella bocca, risuona contro il palato, le guance e gli alveoli e finalmente esce e si allarga (si allunga) davanti a me. Fischiettare per me è come passare un gesso appuntito sulla lavagna. Ora Tad cerca di farla alzare, ma lei oppone resistenza, dice che no, non ce la fa. Allora lui mi guarda torvo, la vuoi smettere, mi dice, la vuoi lasciare in pace. Ma io continuo a fischiettare, anzi, ci dò dentro con più forza, sperando forse che il gesso cancelli l'immagine e si possa cominciare da capo.)  

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categoria:lettere dal fronte
martedì, 06 novembre 2007

Ci sono momenti nella vita in cui è necessario mettere le mani nella merda, sosteneva un'amica citando uno dei suoi maestri spirituali dai nomi impossibili. A turbarmi non era tanto la dura schiettezza del lemma (non diceva cacca, nè escrementi o cose del genere), quanto la solennità generale della citazione, il tono grave, senza un sorriso, e l'accompagnamento di questa con il gesto plastico e inequivocabile di due mani che roteano e manipolano un'ipotetica sostanza dalla consistenza morbida e tenace. Diceva che le sarebbe piaciuto fare degli stage residenziali, due-tre giorni in un letamaio per esempio, e far toccare con mano, è il caso di dirlo, la bontà della sua teoria. Perchè questa cosa (la merda) non può ucciderti, diceva lei. Questa cosa (la merda) si lava via con un po' di acqua e sapone, e non rimane traccia. E' solo nella nostra testa che fare questo ci sembra uno scoglio insormontabile e tremendo, proprio come insormontabili e trementi appaiono certe cose che, non vorremmo, ma occorre fare. E, sempre secondo lei, se ti sei già allenata con la materia in questione (la merda), è tutto molto più semplice.

Nel tempo ho pensato e ripensato spesso a questa teoria, ne ho discusso in varie occasioni, tra il serio e il divertito, ascoltato opinioni in proposito, e trovato sguardi ora schifati, dubbiosi, cautamente concordi. Mai però un argomento che in modo definitivo cassasse la questione. Tutti quanti, nel nostro piccolo, di momenti così nella vita ne abbiamo, ci tocca affondare le mani proprio lì, scavare, togliere, fare spazio. Magari con dei guanti, per esempio?

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giovedì, 01 novembre 2007

Perdona l'improvvisata. Alle nove del mattino con l'acqua che viene a dirotto e il flip flap dei tergicristalli in sottofondo.

Simona?

Si...?

Le dico il mio nome, e gli attimi che seguono si allungano in un silenzio che è come un elastico teso lentamente, fino a rintracciare la mia faccia, la mia storia, a collocarmi al segno esatto del suo blocco d'appunti. A me succede un'infinità di volte: mi chiama qualcuno, o lo incontro, e prima di ricordarmi chi è, cosa faccia nella vita, in che occasione ci siamo già incontrati, emergono le impressioni di piacere/noia/fastidio che gli sono legate. La mia pancia ricorda meglio della mia testa, si potrebbe dire. Mi saluta con stupore sincero, toh guarda, ma che sorpresa, come sta? Poi si corregge, come stai?, che gli ultimi tempi si era passate al tu. Ecco, come vuoi che stia. Bene, credo. Sta tutto cadendo a pezzettini, ma è tutto ok, mi sembra. A mia madre ieri ho detto che se mi diceva ancora che non potevo farle questo, che le spezzavo il cuore, se mi diceva ancora di pensarci bene, ecco, io le ho detto che smetterò di parlarle. Punto. Fine della discussione. I pezzettini che cadono, vedi, sono io che li provoco, e non provo il minimo senso di colpa. Sono un'egoista, sono la persona più egoista che conosco, e neanche mi va di ragionare. Mi permetto tutta la cattiveria che sento, una durezza che mi stupisce e a momenti mi spaventa, ma non al punto di riconsiderare i fatti e tornare sulla mia scelta. Elena mi ha regalato un libro, come diventare più buoni, ma è un'inclinazione che al momento fatico ad assecondare. Solo a tratti mi prende un po' di sgomento, come trovarsi di botto senza aria da respirare, come essersi tuffati un po' troppo in profondità e non riuscire a calcolare se ci sarà abbastanza fiato per arrivare al filo dell'acqua. Ci sono centimetri che possono cambiare l'intera prospettiva con cui si guarda una situazione. E' un po' per questo che ti chiamo. Non sento niente, ma ci dev'essere un gran casino qui intorno.

(E poi me l'hanno chiesto gli occhi di Teo l'altro giorno, sono entrata in camera sua e se ne stava disteso sul letto, il cuscino sopra le orecchie, immobile come il gatto Bernie al suo fianco. E uno sperdimento infinito negli occhi. Sono rimasta pochi secondi a guardarlo, poi mi sono distesa vicino a lui. Due sperdimenti che si intendevano senza parole, e il gatto che ronfava felice nel mezzo.)

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categoria:lettere dal fronte, reading in progress, i s-cetc