Io questa cosa la devo dire, perchè da una settimana ci penso e non va ne su ne giù. E' incastrata li come una domanda che aspetta una risposta. Non fastidiosa, ma strana.
Alberto è alto e ha occhi grandi. Elena mi ha detto, vieni a vedere, tu che sai cantare, vieni a vedere cosa fa con la voce. Che farà mai, ho chiesto, con la sua voce? No, non con la sua. Con la tua.
Siamo in cinque in una stanza col soffitto altissimo, piena di strane sculture lasciate a metà, lavori in plastilina colorata, una grande arpa, tondi vasi neri allineati su un tavolo. Sembra un'aula di scuola materna, per adulti però. Ci togliamo le scarpe e ci si mettiamp seduti sul pavimento di legno. Tappeti, cuscini. (Ecco, sono già a disagio, lo sapevo che non dovevo venire, non sono fatta per queste cose, io, Elena, questa me la paghi).
Il primo esercizio è dire U. Alberto ci guida, a qualcuno raddrizza le spalle, a me tocca la pancia, la U sta qui, dice, valla a prendere. La mia U è bella, pulita, sonora, ma lui scuote la testa, non vuole la mia voce ufficiale, non gli interessa il mio biglietto da visita, prova ancora. Segue dimostrazione, un suono nonsuono, poco più di un rumore sconveniente e senza armonia. Insiste con dolcezza, ho capito che sai cantare, ma non mi interessa la voce, mi interessa il respiro. Tiene la mano sul plesso solare: strano, un nome luminoso per indicare un antro oscuro. Ci riprovo, gesù è imbarazzante... ma adesso è contento, quello è il suono che vuole sentire, sgraziato, vagamente animalesco. Anche gli altri approvano, Elena mi sorride. Canaglia, giuro che non mi becchi più alle tue imprese strampalate. Altri esercizi, altri suoni nonsuoni che non hanno niente a che vedere con le lezioni di Francesco e di Patrick. La ragazza riccioli-neri è la prima a cantare, poi Andrea, Maria Grazia... Quanto dura sta roba, mi fate uscire per favore? Alberto adesso guarda me, vuoi provare mi chiede. Lo guardo sulle mie, ho fatto di peggio nella vita che produrre suoni sconvenienti davanti a cinque paia di occhi, ho visto cose ben più impressionanti, questo non mi ucciderà di certo. Puoi fare quello che vuoi, dice Alberto, la U, la S, o cantarci una canzone se vuoi. Beh, troppo facile, scelgo di cantare. Automaticamente la mia mano si appoggia al plesso (solare), non era poi male quel contatto. Canto il mio pezzo, ottima acustica in questo posto. Alberto ascolta attento, quasi pensieroso. Poi dice, senti fai questa cosa. Una S pronunciata fino a svuotare completamente il fiato, fino all'ultima goccia di respiro, ecco, fermati li, solleva le spalle quasi a toccare le orecchie e resta in apnea, così, più a lungo che puoi, ancora... quando ti sembra di scoppiare, apri e prendi fiato.
Quando lavoravo nell'Industria Chimica, ogni scusa era buona per scappare giù in laboratorio. Giravo tra i banchi annusando l'aria, leggendo le etichette sopra beute e matracci, sulle provette allineate nelle teche isotermiche. Claudio mi faceva guardare attraverso il microscopio, oppure mi disegnava molecole come diamanti, dimostrandomi come gli elementi si uniscono secondo logiche puramente matematiche, prevedibili. E' chimica, diceva, niente magia, nessun mistero. Ma quando miscelava gli elementi aspettando che reagissero assumeva un'aria... non so, come se gli elementi potessero una volta ribellarsi, produrre un risultato inatteso, ed era sempre con sorpresa che accoglieva il risultato promesso. Alberto guarda allo stesso modo: un esperimento già visto altre volte, eppure in qualche modo sorprendente. Io, diligente scolara, eseguo. Espiro fino a svuotarmi, e quando mi sembra di scoppiare prendo fiato.
L'aria mi si infila dappertutto, nelle unghie, nelle scapole, mi sembra di respirare dai muscoli dorsali. Bene, dice Alberto, adesso riprova a cantare. E quando canto la voce che esce è come se arrivasse da ogni landa nascosta del corpo, come se avesse trovato un intero giacimento di energia pura, intatta. Forse stava lì, all'altezza del plesso (solare). Accidenti, pensa la voce, ma che bello che è qui, che ricchezza, che forza. Alberto ha un mezzo sorriso soddisfatto, ma ha subito un'altra idea. Adesso mettiti in ginocchio (oddio), no, tranquilla, appoggia le braccia dietro, bene, così. Mi sento ridicola, ma la curiosità è più forte. Sono un ridicolo triangolo rettangolo con le braccia che fanno male, il collo rigido nello sforzo di sostenere la testa. E adesso? Adesso canta.
Impossibile, dite? Provate. Gli addominali stanno lunghi e distesi, le spalle non ostacolano il respiro e se il collo è in tensione pazienza. Non è nella gola che nasce la voce.
Alberto... non so se tornerò a trovarlo. Troppo complicato per me, troppo distante dal mio mondo, dalle mie ore impastate di flowchart e figli che crescono (troppo) in fretta. Mio padre era un artigiano, i miei nonni contadini, io credo a quello che vedo e che tocco, e diffido del resto. Ma sul plesso (solare) forse un po' potrei cedere: ha il suo perchè.