venerdì, 29 giugno 2007

Ho un'età che, se uno ti viene incontro a una festa e ti dice ma noi ci conosciamo? non pensi più che ci stia provando, casomai pensi che la tua memoria, già lenta nell'abbinamento faccia-nome, ti abbia fatto un altro scherzo. Infatti Andrea lo conoscevo davvero.

- Ciao come stai? che fai di bello?

- Bene bene, dice lui, mi sposo sabato...

- Wow, complimenti.... e dov'è la fidanzata? (mi guardo intorno).

- No, non c'è, stiamo facendo le due settimane di ri-vergination prima del matrimonio, cioè non ci vediamo e.... Sai, per vedere se...(risatina).

Che tristezza, marò che tristezza!

postato da: BellaLu alle ore 09:22 | Permalink | commenti
categoria:secondo piano torre sud
mercoledì, 20 giugno 2007
Poi viene improvviso il giorno dei baci. Accade quasi sempre dopo settimane delle ore veloci, di lavoro serrato, una dimensione a cui una parte di me si adatta perfettamente, una danza di passi precisi che sembra fatta apposta per il mio corpo -  gambe da calciatore e spalle rubate all'agricoltura che tengono il passo sopra improbabili palchi scenici (palcoscenici? palc-oscenici??). E pensare che F. le ha messe in una poesia, insieme a un soprannome che, diceva, mi va stretto.
Si preannuncia in standing dinner dove il tacco alto ti massacra i piedi, ciao come stai, che bello vederti, prendi del prosecco? è una delizia questa tartare. Musica jazz e luci soffuse e solo sorrisi intorno, maledico i tacchi ma almeno posso guardare cicca-nei-capelli dall'alto in giù (non che sia un bel vedere).
Sguscia timido ma determinato alla scrivania del cliente nuovo, ci hai parlato a lungo ma non l'hai mai visto in faccia, strano Danilo, mi ero fatta un'idea diversa di te, che idea, non so, diversa, ma tu che fai di bello? faccio la pubblicità lo sai, e tu che fai?
Si fa strada a Reggio Emilia, perchè è quello l'appuntamento con le spine, sabato Roby esce per un giorno e io che ci faccio, che gli dico un giorno intero? Una cosa è incontrarlo quando hai i minuti contati, un medioricco pallottoliere di minuti che passano da qui a lì, mentre le parole vanno, gli argomenti ce li hai chiari e anche il silenzio non fa tempo a pesare, anzi non c'è, perchè le parole di ciascuno diventano parole di tutti, e la guardia si annoia appoggiata alla porta, che non può neanche fumare. Qui si può fumare invece, e camminare a lungo, lentamente, su per le colline di Albinea, dicono c'è una chiesetta su in alto, camminiamo ancora un po'? Per le 6 devi tornare, e sono solo le 11 adesso, il sole scotta e io sfoggio una naturalezza che provo a fatica. Mi ero preoccupata tanto di trovare cose da dirti, e invece sei tu che hai voglia di raccontare.
Il mio compagno di cella è stato portato a Firenze, mi dici. Dal processo che non esce, sono più di quattordici anni. Non parlava con nessuno, ma la sera spesso dovevano sedarlo perchè urlava e bestemmiava. Come se la notte e il giorno facessero differenza, dentro. Ieri è arrivato uno nuovo. Ottantuno anni, è un vecchietto! Ha ucciso una chiromante. Una chiromante? Si, uno sta tranquillo tutta una vita e poi all'improvviso da fuori di matto. Forse gli aveva previsto un futuro che non gli piaceva. O forse non gliel'ha data, chissà. Anche a una certa età uno c'ha delle esigenze, mica si può dire. Poi ti illumini, siamo andati allo spettacolo dei ragazzi rom due settimane fa. E' stato bellissimo sai, bellissimo. C'era Peter Pan e Campanellino, ah che bello che è stato. Ma c'era la musica? Siii, c'era la musica e balletti, le canzoni di Bennato, sai quella di capitan Uncino? Ma tu l'hai mai letto, Peter Pan? No, ma ho visto il film.
E non finisce più questa strada, fa troppo caldo e decidiamo di tornare. Scendiamo a mangiare in una trattoria fuori mano. Chiediamo di apparecchiare fuori, così ci godiamo lo spettacolo delle colline e degl'alberi intorno. Voce solista di vento leggero con accompagnamento di foglie e grilli sotto il sole. Noi, sotto il portico, si sta d'incanto. Una sigaretta, un bicchiere di vino (no, per me no, grazie), qualche aneddoto dai due mondi, la trama di un film. Questi tortelli sono una favola, e poi la gente qui è simpatica, ha una parlata che mette subito allegria. Briciole di pane raccolte con la punta delle dita nell'attesa che arrivi il caffè. Sappiamo bene tutti e due che il futuro incombe, e sembra che l'unica chiromante capace di guardarci dentro sia stata uccisa (forse per errore) da un vecchietto di ottantuno anni. Tocca vivere giorno per giorno, ora per ora, e goderci il concerto dei grilli.
Vuoi che andiamo in città? Non ho mai visto Reggio Emilia. Ci mettiamo in macchina, ti sei rabbuiato e guardi fuori nervoso.
Ci fermiamo a prendere un gelato in un posto dove la gente gioca a carte, altri tirano alle bocce. Andiamo a vedere chi vince. Ma tu sei stanco, sono solo le 4 ma vuoi tornare. Basta così, per oggi. E subito mi vengono in mente tutte le cose da dirti, lo sai che vado a New York? E sai che ho visto Luigi? Ha chiesto di te, vuole venire a trovarti. E Luciana, te la ricordi? Marò, com'è ingrassata. Siamo davanti al cancello, al di là il cortile è vuoto e sembra immenso. Grazie per la bella giornata. E tu scrivi. Promesso.
E poi finalmente viene, il giorno dei baci. Ogni cosa ha una dolcezza languida che ti guarda, e tu restituisci la stessa dolcezza con gli occhi e morbidi gesti. Niente domande, ti godi zitta il momento. L'ultima chiromante è morta il mese scorso, forse è una liberazione non sapere che giorno sarà domani.
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categoria:opg , secondo piano torre sud
giovedì, 14 giugno 2007
Da noi funziona così: il marketing strategico fornisce alle vendite tantissimo ottimo materiale di analisi, con grafici esagerati, numeri che parlano, case history impressionanti, insight e indicatori di macrotendenze. Tutto il materiale finisce direttamente nella casella trash dei venditori. I quali sono esposti agli umori del mercato vero, e raccolgono le esigenze specifiche dei clienti, le obiezioni, i dubbi: a volte segnalano al mitico marketing, che legge dubbioso e poi fa delete. Ah, com'è bello lavorare nel mondo della comunicazione.
postato da: BellaLu alle ore 18:01 | Permalink | commenti
categoria:secondo piano torre sud
giovedì, 14 giugno 2007
Io questa cosa la devo dire, perchè da una settimana ci penso e non va ne su ne giù. E' incastrata li come una domanda che aspetta una risposta. Non fastidiosa, ma strana.
Alberto è alto e ha occhi grandi. Elena mi ha detto, vieni a vedere, tu che sai cantare, vieni a vedere cosa fa con la voce. Che farà mai, ho chiesto, con la sua voce? No, non con la sua. Con la tua.
Siamo in cinque in una stanza col soffitto altissimo, piena di strane sculture lasciate a metà, lavori in plastilina colorata, una grande arpa, tondi vasi neri allineati su un tavolo. Sembra un'aula di scuola materna, per adulti però. Ci togliamo le scarpe e ci si mettiamp seduti sul pavimento di legno. Tappeti, cuscini. (Ecco, sono già a disagio, lo sapevo che non dovevo venire, non sono fatta per queste cose, io, Elena, questa me la paghi).
Il primo esercizio è dire U. Alberto ci guida, a qualcuno raddrizza le spalle, a me tocca la pancia, la U sta qui, dice, valla a prendere. La mia U è bella, pulita, sonora, ma lui scuote la testa, non vuole la mia voce ufficiale, non gli interessa il mio biglietto da visita, prova ancora. Segue dimostrazione, un suono nonsuono, poco più di un rumore sconveniente e senza armonia. Insiste con dolcezza, ho capito che sai cantare, ma non mi interessa la voce, mi interessa il respiro. Tiene la mano sul plesso solare: strano, un nome luminoso per indicare un antro oscuro. Ci riprovo, gesù è imbarazzante... ma adesso è contento, quello è il suono che vuole sentire, sgraziato, vagamente animalesco. Anche gli altri approvano, Elena mi sorride. Canaglia, giuro che non mi becchi più alle tue imprese strampalate.  Altri esercizi, altri suoni nonsuoni che non hanno niente a che vedere con le lezioni di Francesco e di Patrick. La ragazza riccioli-neri è la prima a cantare, poi Andrea, Maria Grazia... Quanto dura sta roba, mi fate uscire per favore? Alberto adesso guarda me, vuoi provare mi chiede. Lo guardo sulle mie, ho fatto di peggio nella vita che produrre suoni sconvenienti davanti a cinque paia di occhi, ho visto cose ben più impressionanti, questo non mi ucciderà di certo. Puoi fare quello che vuoi, dice Alberto, la U, la S, o cantarci una canzone se vuoi. Beh, troppo facile, scelgo di cantare. Automaticamente la mia mano si appoggia al plesso (solare), non era poi male quel contatto. Canto il mio pezzo, ottima acustica in questo posto. Alberto ascolta attento, quasi pensieroso. Poi dice, senti fai questa cosa. Una S pronunciata fino a svuotare completamente il fiato, fino all'ultima goccia di respiro, ecco, fermati li, solleva le spalle quasi a toccare le orecchie e resta in apnea, così, più a lungo che puoi, ancora... quando ti sembra di scoppiare, apri e prendi fiato.
Quando lavoravo nell'Industria Chimica, ogni scusa era buona per scappare giù in laboratorio. Giravo tra i banchi annusando l'aria, leggendo le etichette sopra beute e matracci, sulle provette allineate nelle teche isotermiche. Claudio mi faceva guardare attraverso il microscopio, oppure mi disegnava molecole come diamanti, dimostrandomi come gli elementi si uniscono secondo logiche puramente matematiche, prevedibili. E' chimica, diceva, niente magia, nessun mistero. Ma quando miscelava gli elementi aspettando che reagissero assumeva un'aria... non so, come se gli elementi potessero una volta ribellarsi, produrre un risultato inatteso, ed era sempre con sorpresa che accoglieva il risultato promesso. Alberto guarda allo stesso modo:  un esperimento già visto altre volte, eppure in qualche modo sorprendente. Io, diligente scolara, eseguo. Espiro fino a svuotarmi, e quando mi sembra di scoppiare prendo fiato.
L'aria mi si infila dappertutto, nelle unghie, nelle scapole, mi sembra di respirare dai muscoli dorsali. Bene, dice Alberto, adesso riprova a cantare. E quando canto la voce che esce è come se arrivasse da ogni landa nascosta del corpo, come se avesse trovato un intero giacimento di energia pura, intatta. Forse stava lì, all'altezza del plesso (solare). Accidenti, pensa la voce, ma che bello che è qui, che ricchezza, che forza. Alberto ha un mezzo sorriso soddisfatto, ma ha subito un'altra idea. Adesso mettiti in ginocchio (oddio), no, tranquilla, appoggia le braccia dietro, bene, così. Mi sento ridicola, ma la curiosità è più forte. Sono un ridicolo triangolo rettangolo con le braccia che fanno male, il collo rigido nello sforzo di sostenere la testa. E adesso? Adesso canta.
Impossibile, dite? Provate. Gli addominali stanno lunghi e distesi, le spalle non ostacolano il respiro e se il collo è in tensione pazienza. Non è nella gola che nasce la voce.

Alberto... non so se tornerò a trovarlo. Troppo complicato per me, troppo distante dal mio mondo, dalle mie ore impastate di flowchart e figli che crescono (troppo) in fretta. Mio padre era un artigiano, i miei nonni contadini, io credo a quello che vedo e che tocco, e diffido del resto. Ma sul plesso (solare) forse un  po'  potrei cedere: ha il suo perchè.

postato da: BellaLu alle ore 00:20 | Permalink | commenti
categoria:kind of music
lunedì, 04 giugno 2007
- Ma dove sei finita? E' tutto il giorno che ti cerco!
- Scusa ma, è che sono stata in giro tutto il giorno e avevo lasciato il cellulare in ufficio...
- Si mai io ti ho chiamato anche in ufficio...
- Appunto, ero fuori...
- E perchè non rispondi al cellulare?
Niente, rinuncio, potremmo andare avanti per ore. Con mia madre le cose vanno così, lei mi cerca sempre nei posti sbagliati.
- Senti, allora l'hai fatto il Cambio Degli Armadi?
(le maiuscole si sentono nettamente, anche al telefono)
- Si, l'ho fatto. Ti ho lasciato in cucina due borse di roba che non metto più, ci sono anche delle felpe di Teo, e la giacca a vento blu che ormai non va più bene a nessuno.
- Ecco, brava, che domenica vado a trovare la povera Ester.
(La povera Ester sarebbe mia cugina. Una dei 23 cugini primi che ho, 19 dal lato materno, cioè il suo. Da che mi ricordo, tutti i vestiti smessi da noi vanno alla povera Ester. Dico tutti noi cugini. Contando che teniamo tutti famiglia e figli, e che mediamente scartiamo borsate di cose ogni 3-4 mesi, a occhio e croce alla "povera Ester" arrivano un paio di camion o tre all'anno di abiti usati, ma ancora mettibili. Calcolando anche che io e le mie cugine vestiamo dalla taglia 40 alla 48, e che i nostri figli spaziano dai 3 ai 20 anni, onestamente non so come faccia a farsi andare bene tutto. Un bel rebus. Secondo me ha messo su un commercio di vestiti usati e li rivende agli albanesi di mezza provincia, alla faccia nostra.)
- E il cappotto rosso l'hai poi scartato?
- No mamma, ti ho detto che quello lo tengo, mi piace. Ma ci ho messo dentro qualche libro...
- Libri? Eh, non so se le rimane tempo per leggere, col lavoro e i due figli...
- Come tutti mamma, lavoro e due figli e la casa...
- Si, ma lei fa fatica...
(fa fatica a vendere Ammaniti agli albanesi, penso io, altro che balle. Anche agli italiani, se è per quello)
- Così si rilassa, no?
- Ecco, sei la solita sfacciata.
(non voglio discutere non voglio discutere)
- Ma no è che sta roba qui della povera Ester, ecco, mi sembra un po' una scusa. Comunque, la borsa è...
- Senti, se non glieli vuoi dare lascia stare eh, che fa lo stesso.
- Ma non ho detto questo. Portale 'sti vestiti e salutala da parte mia.
- Con te non si può ragionare. Tuo fratello mi ha dato tutte le cose dei bambini e non ha fatto una piega.
- Ma neanch'io faccio una piega, mamma dai, cosa me ne frega? Sono cose che non metto più...
- Sei sempre la solita. Tuo fratello ho più cuore...
(non voglio discutere non voglio discutere)
- ...mi ha dato anche un Tritatutto.
(no, il Tritatutto no, non lo reggo. Liberatemi, aiuto!)
- Va bene. Adesso devo andare, salutami la Ester, e la zia e i cugini e mio fratello...
- Non si può mai parlare con te.
- ... e gli albanesi.
- Che albanesi?
- Ma dai mamma, cosa credi che se ne faccia di tutta quella roba? La vende, è ovvio. Alla fiera di Senigallia il sabato mattina. Agli albanesi e ai marocchini. Dico mica niente, fa bene, che cavolo, e poi è il sistema, no? Io svuoto gli armadi così posso comprarmi altri vestiti, per scartarne altri e comprarne altri, senza neanche sentirmi in colpa, anzi, guarda, mi sento più buona. Mi compro un paio di vestiti nuovi e mi sento più buona.
Silenzio. L'ho stroncata.
- Ti t'se no normal, mi dice.
Bene, per un paio di giorni non si farà sentire. Le borse in cucina però sono sparite.
postato da: BellaLu alle ore 23:51 | Permalink | commenti (6)
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