Allora, ci vieni?
Ma che ne so, a me David Bowie non è mai piaciuto...
Ma è una cosa carina, dai, presentano 'sto libro e poi ci sono le cover band, un po' di amici fuori di testa.
Allora ci vado, ascolto Cherry Vanilla dai capelli turchini che racconta aneddoti e storielle, la gente ride, occhi fulminati si scambiano commenti d'intesa azzeccando la data di un concerto, il titolo di un album, i componenti della band quella volta indimenticabile. C'è gente che ucciderebbe per un souvenir del suo idolo, ma io non sono mai stata così fortunata. Poi Alice mi trascina, voglio farmi fare la dedica al libro, dai chiedi tu che sai l'inglese. Cherry è larga, larghissima, ha uno smisurato sorriso mentre mi chiede What's your name dear? Alice, rispondo porgendole il pennarello rosso. Lei ride e verga di sbieco, To Alice, this could be wonderland, beware the rabbit hole! e poi firma e mi rende il libro con un Thank you Alice for being here. Passo il libro ad Alice, leggo sconcertata, saranno riferimenti alle canzoni, dico, tu capirai... Ma cosa? E' Alice nel paese delle meraviglie no???
Marò, sono rintronata, hanno attaccato la musica, band più o meno improvvisate, gesù ma che bravi, non sono per niente spaesati su quel palco stretto. Qualcuno canta ad occhi chiusi, abbracciato alla chitarra, altri zompano di qua e di là in completi bianchi attillati. E' il loro momento, lo sanno. Lo so.
Lo so perchè nel mio piccolo, due settimane fa, alla cena di addio al nubilato di Misia, quando già qualche bottiglia era stata rimanda vuota alle cucine, incitata da colleghe in mise da cucco totale, sono passata sotto il tavolo controparete traballante di vassoi e bicchieri e mi sono avvicinata al duo country-rock che allietava l'atmosfera e ho chiesto il microfono. L'ho fatto davvero, è tutto registrato e prima o poi finirà qui. Ho pronunciato qualche parola di scusa, una dedica improvvisata e ho cantato. Appesa al microfono con due mani, ignorando le persone intorno, i camerieri sospesi coi vassoi a metà, fissando un punto preciso oltre le teste e le luci azzurrine, come se non avessi fatto altro per tutta la vita.
Non mi ricordo che cosa volessi fare da piccola. La ballerina, forse, o la segretaria in tailleur, o la camminatrice di strade in paesi lontani. Ma quei pochi minuti erano figli di molti altri, molto prima delle ore con Patrick, infinitamente prima delle lezioni con Francesco. Quattro minuti di godimento totale, finiti in applauso di rito e con l'abbraccio sincero di Misia, e quel microfono che non voleva saperne di tornare a riposo sopra l'asticella e mi scivolava dalle mani. Quando è il tuo momento conviene prenderlo al volo.
Ma che ne so, a me David Bowie non è mai piaciuto...
Ma è una cosa carina, dai, presentano 'sto libro e poi ci sono le cover band, un po' di amici fuori di testa.
Allora ci vado, ascolto Cherry Vanilla dai capelli turchini che racconta aneddoti e storielle, la gente ride, occhi fulminati si scambiano commenti d'intesa azzeccando la data di un concerto, il titolo di un album, i componenti della band quella volta indimenticabile. C'è gente che ucciderebbe per un souvenir del suo idolo, ma io non sono mai stata così fortunata. Poi Alice mi trascina, voglio farmi fare la dedica al libro, dai chiedi tu che sai l'inglese. Cherry è larga, larghissima, ha uno smisurato sorriso mentre mi chiede What's your name dear? Alice, rispondo porgendole il pennarello rosso. Lei ride e verga di sbieco, To Alice, this could be wonderland, beware the rabbit hole! e poi firma e mi rende il libro con un Thank you Alice for being here. Passo il libro ad Alice, leggo sconcertata, saranno riferimenti alle canzoni, dico, tu capirai... Ma cosa? E' Alice nel paese delle meraviglie no???
Marò, sono rintronata, hanno attaccato la musica, band più o meno improvvisate, gesù ma che bravi, non sono per niente spaesati su quel palco stretto. Qualcuno canta ad occhi chiusi, abbracciato alla chitarra, altri zompano di qua e di là in completi bianchi attillati. E' il loro momento, lo sanno. Lo so.
Lo so perchè nel mio piccolo, due settimane fa, alla cena di addio al nubilato di Misia, quando già qualche bottiglia era stata rimanda vuota alle cucine, incitata da colleghe in mise da cucco totale, sono passata sotto il tavolo controparete traballante di vassoi e bicchieri e mi sono avvicinata al duo country-rock che allietava l'atmosfera e ho chiesto il microfono. L'ho fatto davvero, è tutto registrato e prima o poi finirà qui. Ho pronunciato qualche parola di scusa, una dedica improvvisata e ho cantato. Appesa al microfono con due mani, ignorando le persone intorno, i camerieri sospesi coi vassoi a metà, fissando un punto preciso oltre le teste e le luci azzurrine, come se non avessi fatto altro per tutta la vita.
Non mi ricordo che cosa volessi fare da piccola. La ballerina, forse, o la segretaria in tailleur, o la camminatrice di strade in paesi lontani. Ma quei pochi minuti erano figli di molti altri, molto prima delle ore con Patrick, infinitamente prima delle lezioni con Francesco. Quattro minuti di godimento totale, finiti in applauso di rito e con l'abbraccio sincero di Misia, e quel microfono che non voleva saperne di tornare a riposo sopra l'asticella e mi scivolava dalle mani. Quando è il tuo momento conviene prenderlo al volo.







