martedì, 30 gennaio 2007
Ennesimo giorno che non arriva l'inverno. I tiggì ammoniscono, è l'ozono, le polveri sottili, è la corrente del golfo, gli orsi non dormono, fiori e frutti sono già svegli da un po', la Laura, ggiovane stagista, ha i giramenti e deve prendere il Polase e insomma è un bel bordello per tutti. Forse è per questa primavera fuori posto che a me vengono le poesie. E' che mi spuntano, come i fiori al pesco giù nell'orto, che Tad è tutto allarmato che in questa stagione è pericolosissimo, se viene il gelo zac, addio macedonie quest'estate. Comunque, non so il pesco, ma io 'sta roba non la so mica tenere a bada. Sarà grave? Mah, proverò con il polase.

C'è un posto un po' nascosto
dove ci incontriamo io e te
una strada a metà strada
tra casa tua e la mia.
Parliamo fitto fitto
ore ore
poi piano piano
ci diciamo
addio.


(un po' per teo un po' per dadà, ma anche per roby elena e tad, e ai loro nascondigli)
postato da: BellaLu alle ore 22:16 | Permalink | commenti
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mercoledì, 24 gennaio 2007
Sono andata dal superguru del marketing strategico oggi. Mica uno qualsiasi, uno tosto vero, con un numero impressionante di referenze su google e gli occhiali che gli scivolano perennemente dal naso. A me piace, parla che lo ascolteresti per ore.
"Scusa superguru, hai due minuti da dedicarmi? Sto lavorando a una presentazione per dire che l'indice di concentrazione di consumatori di beni di lusso su internet è più alto che sulla tv, hai mica uno studio, una ricerchina da infilarci dentro che ci faccio un figurone?"
Superguru alza gli occhi dal pc, riposiziona gli occhiali indisciplinati e ci pensa meno di cinque secondi. "Ma certo, hai visto la niumida? Dai, finisco qui di dimostrare il contrario, poi si può fare".
Caso serio, figliuolo, caso contemplato...
postato da: BellaLu alle ore 20:48 | Permalink | commenti
categoria:secondo piano torre sud
venerdì, 19 gennaio 2007
E allora, niente, lunedi l'ho chiamato.
Francesco? Senti ho deciso. Se per te va bene, vorrei farlo.
Sicura?
Massì. Credo che sia la cosa giusta.
Benissimo, allora siamo d'accordo.
Senti, quanto mi costi?
Fanno trenta euro all'ora, ma non sono uno che guarda l'orologio mentre lavora.
Trenta... Bene. Casa mia o casa tua?
Mia. Hai l'indirizzo? Ti aspetto.
E oggi ho cominciato. Tecnica vocale, respirazione diaframmatica, vocalizzi, lettura del pentagramma: la mia prima lezione di canto. Una felicità mai provata prima. Ma perchè ci ho messo tanto?
postato da: BellaLu alle ore 22:23 | Permalink | commenti (4)
categoria:kind of music
domenica, 07 gennaio 2007
CIMG1053Casa quieta in questi giorni. Così mi sono dedicata a loro, che li trascuro sempre. Li ammonticchio, li mischio, li perdo, li sommergo. John Fante intrattiene affabilmente Jane Austen, Ishiguro sostiene Pereira mentre un saggio sul welfare state sta letteralmente sdraiato sopra il lupo della steppa, recentemente tornato alla ribalta insieme a certi ricordi vagamente inopportuni dei tempi delle superiori. Mioddio, ma quanto li amo? Mica li spolvero, io, li accarezzo.
E loro? Zitti.
postato da: BellaLu alle ore 16:52 | Permalink | commenti (3)
categoria:reading in progress
martedì, 02 gennaio 2007
(Mauri, non so per quali strade, ma questa storia mi arriva da te. Tu leggila, e se trovi la strada poi mi dici.)

Era rientrato tardi, come sempre quelle sere. Le orecchie ancora ronzavano per la musica troppo alta, il vocio dei clienti, il rumore dei bicchieri ammucchiati nel lavandino d'acciaio. L'ultimo gruppo di festaioli prenatalizi se n'era andato dopo le due, così aveva congedato i ragazzi, chiuso la cassa, preparato i sacchi dell'immondizia, poi spento le luci e abbassato la saracinesca. Domani, natale.
Aveva guidato con lentezza tra i pochi isolati verso casa, a finestrini abbassati per fumare un'ultima sigaretta, così che si era praticamente congelato le mani. Quattro gradi la temperatura a Milano, e nessun accenno di neve. Solo un'umidità che si infilava ovunque, punteggiata da babbi natale e stelle comete a intermittenza.
Katia non si svegliava più quando lui rientrava. Anche senza guardarla, Mauro poteva vedere il broncio immobile del sonno. Si era spogliato lentamente, allungandosi poi sotto le coperte con movimenti parsimoniosi. Il sonno era arrivato subito, risalendo il corpo dal basso, i piedi, le gambe, il ventre. La mente.
La sveglia era suonata che fuori faceva ancora buio, Katia parlava a voce alta, gli disse di fare il caffè, lei entrava in doccia, i vestiti erano pronti. Mauro pensò che tutta quella fretta era inutile. Avrebbe volentieri continuato a dormire, rinunciare alle quattro ore di auto per arrivare dai suoi, giù al mare, saltare dritto il natale, per una volta. Ma Katia era già di ritorno, la luce accesa, i capelli acconciati di fresco, andava veloce dalla cucina alla camera, cominciava a innervosirsi perchè lui non le rispondeva. Dove trovava tutta quell'energia, si chiedeva. Che bisogno c'era. Si costrinse ad alzarsi, forse una doccia l'avrebbe aiutato, ma non aveva voglia di lavarsi nel bagno ancora freddo, si infilò la camicia pulita sopra la pelle che ancora sapeva di letto e di tutti gli umori del bar. Finirono col litigare.
Gli dispiaceva, in questa mattina di natale, che bisogno c'era, si ripeteva. Perchè litigare per guadagnare dieci minuti sui cinque giorni di ozio che avevano davanti. Caricò le borse e si infilò in macchina, lato passeggero. Avrebbe guidato Katia, come sempre, forse sarebbe riuscito a riprendere sonno e a non presentarsi completamente inebetito al pranzo dai suoi. Katia aveva azionato il tergicristalli, acceso il riscaldamento, doveva essere di nuovo scesa la temperatura durante la notte. Ci sono sedici gradi qui, gli aveva detto sua madre al telefono il giorno prima. Mauro non riusciva neanche a immaginarseli, sedici gradi. Si allacciò la cintura di sicurezza sopra il cappotto, faceva troppo freddo per toglierlo ora.
Katia guidava senza strappi, Mauro appoggiò la testa al finestrino gelato e chiuse gli occhi. Sentiva già il sonno premere, benvenuto, gli disse, e si addormentò.
Raramente sognava. Ma forse il ronzio del motore, forse il tepore che iniziava a diffondersi, lo portarono dentro un curioso paesaggio. Sedeva all'aperto, un giardino, forse, e le due ragazze che aveva di fronte ridevano e lo stuzzicavano a una discussione senza senso. Accadeva spesso, giù al locale. Le ragazze cercavano confidenza, gli ciondolavano attorno con battute che aspettavano una risata di incoraggiamento. Lui rideva di misura, stava sulle sue, e allora loro si facevano più audaci, non fare il professionale, gli dicevano, e lo guardavano sfrontate inclinando la testa. Anche le ragazze del sogno facevano così, ridevano tra loro e poi lo guardavano, come invitandolo a un gioco. Ma che voglia aveva, lui, di giocare? Allungava le gambe e chiudeva gli occhi verso il sole (sì, c'era il sole nel sogno, sentiva le guance scottare), ma quando le riapriva una delle ragazze si era alzata, un bicchiere dondolante in mano, e si era seduta su un muro basso poco più in là. Il bicchiere oscillava come canzonandolo, la ragazza piegava graziosamente la testa, come un invito. A Mauro pareva ora di conoscere quel posto, doveva esserci il mare, poco oltre quel muro, lo si capiva dal colore del cielo. Suo padre lo chiamò, o almeno gli sembrò di sentire chiamare il suo nome, una voce imperiosa, vagamente di rimprovero, e si girò a cercarlo. Stava in piedi, le spalle leggermente curve e il respiro profondo di quand'era arrabbiato. Ma che ho fatto, gli chiese, e alzò le spalle come a dire che lui con quel gioco non c'entrava, guardasse pure, era la ragazza con le lunghe gambe che lo stuzzicava. Ma non era a lui che suo padre indirizzava il suo sguardo di rimprovero,  era proprio sopra il muro alle sue spalle che guardava. Mauro si girò, dov'era finita la ragazza? seduto sul muretto, controsole, c'era adesso un ragazzetto, smilzo e coi capelli folti, le ciglia spesse. Mauro cercò di alzarsi, si sentiva come legato, le braccia pesantissime, spalancò gli occhi, gli si fermò il cuore. Francesco lo guardava immobile. Sembrava imbronciato, così fisso e scuro. Sembrava neanche respirasse. Tranne che per il movimento oscillante del bicchiere, ma era un bicchiere poi?, così in controluce Mauro non riusciva a vedere, sembrava qualcosa di più voluminoso e pesante. Mauro cercò ancora di parlargli, ma dove sei stato, gli disse, credevo fossi morto. Provava stupore e sollievo, un dolore fisico dentro il petto. Il ragazzo voltò piano la testa verso il sole, gli dava praticamente le spalle ora. Mauro si era voltato a cercare suo padre. Ma era sparito, erano sparite le ragazze, il giardino. Restava il sole caldo sugl'occhi chiusi, il cuore che batteva ancora a mille, il fiato breve che anticipa il pianto.
Mauro restò immobile. Era sveglio, ora, ma ancora impastato del sogno. Cercava di riafferrarlo, di portare a compimento il gesto di allungare la mano, toccare, sentire i capelli, sfiorare le guance. Ma i sogni son fatti di materia leggera, svaniscono a inseguirli, a volerli toccare con mano. Restava immobile, gli occhi serrati, troppo serrati, cercando di controllare il respiro. Sentiva il collo indolenzito e rigido, la testa ciondolante sulla spalla. Ora passa, si diceva, ora se ne va. Intuì il sole al di là delle palpebre chiuse, c'era un caldo insopportabile, opprimente, ma aveva le mani gelate dentro le tasche del cappotto. Mauro aprì un poco gli occhi.
Il mare. Immobile azzurro sopra il grigio dell'asfalto. E un cielo stupendo, senza una nuvola.
"Tutto bene?" chiese Katia guardandolo.
"Bene", rispose lui con un mezzo sorriso. "Ora sto bene".

("Papi, allora ti muovi?"
"Eccomi, arrivo, hai preso tutto?"
"Che palle, si, muoviti che siamo in ritardo."
"E i soldi ce li hai? Il biglietto del treno? Il cellulare?"
"Ho tutto, sbrigati, sennò mi lasciano a casa"
"Va bene, tieni lo zaino. Allacciati 'ste stringhe che inciampi. Dammi un bacio, dai. Ah, ricordati di chiamare appena arrivi, ok?"
"Tranquillo, papi. Appena arrivo ti chiamo".)
postato da: BellaLu alle ore 22:58 | Permalink | commenti
categoria:quante storie