sabato, 27 maggio 2006
- Pronto, ciao mamy!
- Ciao, ma dove sei stata? E' tutto il giorno che ti chiamo....
- Scusa, ero in giro e avevo dimenticato il cellulare in ufficio. Come si stà lì al mare?
- Bene, senti, mi ha chiamato Enrico...
- Ma dai, come sta? E' ancora a Praga?
- Si, dove vuoi che sia. E' morto lo zio Bruno
- Ah... il fratello di zia Eliane? Quello che abita a Parigi?
- Si, adesso però sta a Nizza. Insomma, stava. Sai che era malato no?
- Mmm, si, me l'avevi detto. Mi dispiace.
- Ecco senti, gli fai tu un bigliettino? Magari glielo puoi mandare con il computer.
- Una mail vuoi dire? Si ok non ti preoccupare. Ma la zia è ancora su ad Aosta?
- Si, l'ho già chiamata. Si è messa a piangere al telefono.
- E non erano neanche fratelli, vero? Insomma, per metà, e poi si sono conosciuti che avevano già dei figli tutti e due...
- Eh, ma erano così attaccati, non avevano altri fratelli e quindi... Dai, allora ci pensi tu a fare un bel bigliettino a Enrico?
- Si, ti ho detto di si, non preoccuparti.
- Ecco, non so, scrivigli "Sentite condoglianze".
- Mamma, a mio cugino scrivo Sentite condoglianze? Ma ti pare???
- E cosa gli vuoi scrivere? "Condoglianze vivissime..."
- Vivissime? ma se è un funerale!
- (ridacchia come una scolara) Guarda che non si scherza coi morti!
- Appunto.
- "Ti siamo vicini"?
- Ma se sta a Praga... Dai mamma, per piacere.. magari lo chiamo
- Ma si, vedi tu. Tu hai le parole. Digli che lo ricorderemo sempre, lo zio Bruno.
- (comincio a innervosirmi) Fai la brava mamma, l'avrò visto tre volte...
- E... (tentenna) vuoi mandarle dei fiori?
- A chi?
- Alla zia, no? E' solo per dire che ci dispiace di non andare alla cerimonia.
(sintomi di sfinimento) - Si, alla cerimonia...
- Va be', vedi tu. Noi da qui non possiamo andare.
- Non preoccuparti. Ci sentiamo domani, va bene?
- Si, senti una cosa... tu ce l'hai il cellulare di Luigi?
(gelida) - Non so.
- Perchè era bello chiamare anche lui...
- Già. Senti, adesso vado. Salutami papà. Ok?
- Si, si. Ci sentiamo. Se mandi i fiori li pago io, capito?


postato da: BellaLu alle ore 09:38 | Permalink | commenti
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sabato, 20 maggio 2006

Adoro Almodovar. Mi fa sempre ridere e piangere. Anche quest'ultimo, Volver, è così. Estremo e grottesco, come la vita vera sa essere, e tutto pieno di donne. Mica come al governo, qui siamo nettamente sopraquota. Gli uomini invece pochi, anzi, per lo più diciamo che stanno al fresco. Si, Penelope Cruz è un po' troppo gnocca e imbellettata, ma questo non toglie nulla al racconto che rimane magico come se seguisse lo schema di Propp.

postato da: BellaLu alle ore 12:15 | Permalink | commenti (2)
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domenica, 14 maggio 2006

La vera finale del campionato oggi si è giocata qui. Sulle colline delle Langhe, in località La Morra, tra noccioli e vigneti, dolci come da foto. E' un campionato che prevede poche partite, due o tre volte l'anno, e sempre in luoghi diversi. Non c'è un calendario preciso, non si sa mai quando sarà: poi arriva una mail, gira una voce, e ci si ritrova tutti, puntuali, chi da Milano, chi da Bergamo, da Genova, perfino da Torino. Una specie di rave calcistico, insomma. E si gioca sul serio, ognuno sacramentando nel proprio dialetto. Certo, è roba da uomini. Una volta li invidiavo, perchè loro scendevano in campo e noi sempre in panchina, ma adesso mi domando chi glielo faccia fare, gente abituata per lo più a comode scrivanie che si sfiata dietro a un pallone rimediando distorsioni e stiramenti che ci metteranno un mese a guarire. Ma pare si divertano, e anche la panchina ha il suo da fare, con otto o dieci gol a partita... Anche noi facciamo le nostre scommesse, proprio come nel calcio ufficiale. "Scommetti che Giovanni non ce la fa?" "Ce la fa, ce la fa..." Poi si finisce tutti a mangiare, in trenta o giù di lì, e il menù è sempre lo stesso: allegria della casa, risate doc, chiacchiere a volontà. Così, alla buona. E ognuno vince la sua coppa: oggi era di Arneis, Dolcetto, Nebbiolo... Visti da qui, Moggi e la Juve sembrano proprio roba di un altro pianeta.

postato da: BellaLu alle ore 23:31 | Permalink | commenti
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martedì, 09 maggio 2006

Quanti modi strani ha la vita per incrociare strade. A volte il vagone di un treno, a volte dentro una frase scivolata fuori da un blog. Viaggiavo verso il mare, un'estate di tanti anni fa, un libro abbandonato sulle ginocchia e gli occhi fissi sul paesaggio fuori dal finestrino. Ma intanto osservavo le due ragazze sedute di fronte a me: così diverse tra loro, una con gli zigomi ossuti delle slave, la pelle chiara, i capelli dritti e biondi sulle spalle. L'altra invece tutto l'opposto, tutti i dettagli scuri: la pelle, gli occhi grandi sotto ciglia spesse e i capelli ondulati intorno a un volto tutto morbido e tondo. A incuriosirmi era la lingua che parlavano, un vero enigma di suoni. Poteva essere turco, ma la bionda cosa c'entrava? Non era una lingua slava, e di certo non era ungherese. Potevano venire dalla Finlandia, un paese che, come l'Ungheria, mischia i popoli del centro europa (piccoli e scuri) con i germanci e gli slavi dalle invidiate figure slanciate. Ma la lingua non era di certo quella, lo suomi non possiede i suoni che sentivo. Anche loro mi osservavano con curiosità, e doveva essere il libro ad attirare la loro attenzione, gli lanciavano rapide occhiate per poi commentare qualcosa facendo finta di guardare altrove. "Travelling through Italy?" ho azzardato, sicura che due così la lingua-franca della nostra epoca dovevano pur conoscerla. Hanno sorriso e mi hanno detto che si, erano partite da Roma, erano state a Firenze, ora arrivavano da Verona e andavano verso Genova, dove avevano un qualche amico. Hanno elencato le belle chiese, le piazze, i musei zeppi di tele. "Where exactly are you from?" "Israel.." Ecco cos'era la lingua, ecco perchè potevano condividerla due che potevano non avere niente in comune. E, mi sbagliavo o c'era qualcosa nella voce (o negli occhi) che diceva "Si, lo sappiamo a cosa stai già pensando". E io pensavo quello che pensano tutti, le foto dei giornali, le bombe, i militari ovunque. Una storia che è fatta da più guerre che uomini. Un popolo che finisce sempre dal lato sbagliato della barricata. Abitavano a Tel Aviv, no, Gerusalemme era una noia mortale. Avevano appena finito il periodo di leva, studiavano entrambe. Avevano fratelli, fidanzati, progetti incerti per il futuro, esattamente come me. Poi hanno indicato il mio libro, ora mi era chiaro perchè il titolo "Libano, la pace futura" le interessasse tanto. Di cosa parla, mi han chiesto, what's "pace futura". Già, chissà cos'è. Ho parlato del mio amico libanese, che mi aveva dato il libro, e di come mi avessero stupito le foto di Beirut sotto la neve. "Da noi no, è difficile vederla". Mi hanno raccontato che i genitori di una (la bionda) erano ebrei russi, mentre la famiglia dell'altra era di origine nordafricana,  e si conoscevano da sempre. Le loro strade avevano seguito tracciati davvero tortuosi per farle incontrare. Io ho sfoggiato le uniche due parole di ebraico che conosco: aba-ba e shalom. Prima di arrivare a Genova abbiamo condiviso biscotti e cocacole, poi mi hanno scritto i loro indirizzi sull'ultima pagina del libro, "who knows...", mi hanno detto.

postato da: BellaLu alle ore 22:49 | Permalink | commenti
categoria:quante storie
sabato, 06 maggio 2006
Cavolo, ci sono dei veri serial blogger in giro. Quelli che postano ogni giorno, anche più spesso. Mi inchino a tanta costanza. A me ci vorrebbe una periferica collegata al cervello, ma poi che me ne farei di tanti pensieri ordinati in html?
postato da: BellaLu alle ore 10:10 | Permalink | commenti (3)
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