sabato, 28 gennaio 2006

dalla finestraDa due giorni non vado al lavoro, e neanche faccio la spesa. Il frigo piange.

"Non abbiamo più niente", si lamenta Tad.

"Mandarini?"

"Andati"

"Mele?"

"Tre, rugose"

"Maionese?"

"Un barattolo intero"

"Sopravviveremo"

postato da: BellaLu alle ore 11:27 | Permalink | commenti (4)
categoria:
mercoledì, 25 gennaio 2006

Io sono questo: montagne, fiumi e pianura brumosa, azzurro di mare, e città, e sentieri dritti nei campi d'estate. I ricordi mi appartengono, ma non sono me - sono la mia geografia, più che la mia storia.

postato da: BellaLu alle ore 23:11 | Permalink | commenti
categoria:
lunedì, 23 gennaio 2006

La cosa andava avanti da un po' di anni. Arrivato alla pensione Giovanni aveva preso un piccolo monolocale in un'altra città, arredandolo con l'essenziale. Ogni mattina si svegliava a casa sua, salutava piano la moglie ancora addormentata e usciva puntuale alle 7, come aveva fatto ogni mattina degli ultimi 40 anni. Qualche decina di kilometri in auto, e arrivava all'appartamento preso in affitto intorno alle otto. Si spogliava nella stanzetta fredda e si metteva a letto. Si addormentava davvero, per poche ore. Usciva verso mezzogiorno per comprare il pane, una breve passeggiata se il tempo era bello. Poi tornava di sopra, e cucinava in silenzio. Osservava senza interesse lo scorcio di vita altrui che vedeva dalla finestra: un cortile perlopiù deserto, case di lavoratori con le finestre chiuse. Passava il resto del pomeriggio seduto al tavolo vuoto, sonnecchiando sulla sedia dura o buttato sul letto. Alla sera, verso le sei, quando qualche finestra già iniziava ad animarsi di donne e bambini, lui iniziava i preparativi per il rientro: riporre i piatti lavati, sistemare il letto. Poi si lavava le mani e usciva.
Tornato a casa, la moglie Cecilia lo salutava senza guardarlo. Di solito stava cucinando, oppure guardando qualcosa in tv. Com'è andata al lavoro, chiedeva. Bene, rispondeva lui. A volte aggiungeva dei dettagli. "L'Antonio è di nuovo in malattia. Non so perchè il Bolocchi non lo lascia a casa del tutto". E' troppo buono, commentava Cecilia. Cenavano in fretta, Cecilia andava sempre a letto per prima.
Ogni fine mese, Gianni prelevava dalla banca il giusto compenso, e la sera lo metteva sul tavolo davanti a Cecilia. "Anche questo mese è andata bene, ci sono anche gli straordinari.". Cecilia annuiva e chiedeva se non era ora che smettesse di lavorare. "Finisco l'anno poi basta", diceva Gianni, da anni. Poi riprendeva i soldi "Domani li porto in banca".

Circa all'ora in cui Gianni entrava nel piccolo monolocale in un'altra città, Cecilia, a casa, faceva colazione. Poi passava ad aprire le finestre in tutte le stanze, tranne nella stanza chiusa, e iniziava a sistemare il poco disordine delle loro quiete vite. A volte prendeva l'autobus a metà mattina, e andava a passeggiare in centro, se la sciatica non si faceva sentire troppo. Una volta al mese andava a trovare la signorina Giordana, sua vecchia capoufficio ormai in pensione. A volte pranzavano insieme, in un bar vicino ai giardinim pubblici, commentando i pochi fatti delle rispettive vite. La trovo bene, Cecilia, anche lei, signorina Giordana. E suo marito lavora sempre? Ma si, sa com'è, finchè se la sente vuole continuare, il geometra Bolocchi ci tiene molto a lui. Certo che, senza i contributi vien fuori uno stipendio anche più alto di prima... E Roberto come va? Eh, signorina Giordana, cosa vuole, Roberto... Ma non si trova male lì dov'è adesso, sa. Gli fanno fare dei lavoretti, cosa vuole, giusto per tenerlo occupato, diciamo così. Me lo saluti tanto, eh Cecilia, me lo saluti tanto tanto.
La signorina Giordana non insisteva oltre, sapeva bene dove fermarsi. Si salutavano poco dopo, e Cecilia tornava a casa.

Non giudicarli, caro lettore. Questo castello di finzioni era la loro protezione, la loro difesa, il loro stratagemma per aver cura uno dell'altra. Sapeva Cecilia? Di certo sapeva, ma a modo suo sentiva che quella bugia la proteggeva. Non avrebbe saputo dirlo a parole, ma la carne è intelligente, sceglie sempre verso il proprio bene. E sapeva Giovanni? Oh si, di certo sapeva che Cecilia sapeva, e non sentiva la necessità di una scelta diversa.  Abbi pietà, lettore caro, anche se non approvi - tu ed io avremmo agito diversamente, avremmo fatto scelte più drastiche, portati come siamo a preferire il bianco o il nero, convinti come siamo che tutto ciò che ci sta in mezzo (gli infiniti toni di grigio) siano non-scelte. Tu ed io avremmo forzato la porta chiusa, fatto luce nella stanza buia, tu ed io non amiamo ciò che sfugge il nostro comando diretto. Ma avremmo vissuto meglio di quanto abbiano saputo fare loro? Non so, io ho visto cose anche più strane nella vita, ho incontrato persone che per amarsi dovevano dichiarare invece di non amarsi per niente, persone che per stare vicine avevano bisogno di dirsi ogni volta addio. Ho visto persone impegnare tutte le loro forze per fare una scelta che non potevano fare, mentre ho imparato che non scegliere è già una scelta, e merita rispetto. Cecilia forse un mattino si alzerà e aprirà piano la porta chiusa, forse vorrà di nuovo vedere il sole giocare sul letto di Roberto. Forse Giovanni un giorno potrà tornare a casa sua, e dormire fino a tardi nel proprio letto. Ma fino ad allora, anche questa è vita.

postato da: BellaLu alle ore 13:07 | Permalink | commenti
categoria:quante storie
domenica, 15 gennaio 2006

Mi sono comprata una levigatrice orbitale. Si, l'ho fatto - come ci si regala un abito va beh troppo caro, (ma che schianto!), o una crema antirughe che potevo portarci tutta la famiglia fuori a cena, come ci si concede un sabato di relax ignorando le tende che urlano "lavami, lavami!". Ovviamente ho ricevuto commenti di scetticismo (il marito), ironia (i figli), sincero sconcerto (la madre sconsolata), ma peggio per tutti loro. D'altra parte era un'offerta strepitosa, 19 euro e 90, completa di foglietti di carta abrasiva di grana diversa, e io sono sono anni che, a periodi alterni, sotto l'influsso di raptus improvvisi, afferro un mobile, un tavolino, una vecchia porta sgangherata, e via a grattare la vecchia vernice, otturare i pori, lisciare per bene gli angoli fino a che il legno rivive, con altri colori, o addirittura con funzioni fantasiose. Se mi piace, perchè non farlo? In diciamo 10 anni ho all'attivo una madia, un tavolino da gioco, una cornice turchese che è stata un profilo di finestra, una coppia di ante mezze diroccate che ora occhieggiano dalla libreria in sala. E anche una panchina da chiesa (non mi ricordo come mi è arrivata, di certo non l'ho rubata in chiesa...), ora decorata in stile altoatesino, è molto graziosa e utile sul terrazzo d'estate. Ho sempre lavorato chiedendo a prestito attrezzi a parenti e amici, oppure di sole braccia e cartavetra, ma adesso basta, sono la fortunata proprietaria di una vera levigatrice orbitale. Ci ho dato subito dentro, e due sedie su sei sono state portate al vivo, le osservo soddisfatta aspettando che mi dicano il nuovo colore che vogliono indossare. Forse bianco decapato, oppure verdino. E' comunque un bel lavoro. Chi invece non conosce i propri desideri, come può soddisfarli e quindi essere felice? Intanto guardo il tavolo della cucina, di rovere intarsiato, autentico fine ottocento lombardo, e sento di avere l'occhio di Hannibal Lechter mentre gli dico: "Il prossimo sei tu..."

postato da: BellaLu alle ore 18:10 | Permalink | commenti (5)
categoria:
martedì, 10 gennaio 2006

Ieri sera mi sono portata a letto Ryan Adams. Chiuso nel mio ipod mi ha sussurrato dolcezze e sconcezze per un bel po'. Stassera tocca a Bruce, ma dovrò chiedergli di togliersi gli scarponi, l'ultima volta mi ha riempito il letto di terra dura...

postato da: BellaLu alle ore 17:52 | Permalink | commenti (1)
categoria:kind of music