lunedì, 27 ottobre 2008
Da quando mi sono rifidanzata, le mie amiche mi riservano uno sguardo che sembra abbiano imparato tutte insieme a un corso speciale di sguardi: dubbioso, a volte apertamente ostile, uno sguardo con scritto, io so bene come finirà. Il fatto è che loro non sanno, per questo le giustifico, loro sanno poco o niente e allora i loro sguardi sono rimproveri senza speranza, mi toccano e passano come granelli di polvere in un giorno di vento forte. Che ne sanno, mi dico.
Loro non hanno visto la tavola apparecchiata per il mio compleanno, le candele, le rose, i regali incartati e infiocchettati, le fragole e lo champagne dentro i bicchieri di cristallo. Loro non sanno che i disegni che mi ha regalato sono opera di una pittrice che amo, di cui abbiamo visto qualcosa, tempo fa. Non sanno, loro, le mie amiche e colleghe, quelle che non lo nominano mai, non sanno che mi ci sono volute due settimane buone perchè quella tavola apparecchiata, con la tovaglia bella, le candele e i regali, me ne ricordasse un'altra, quasi uguale, ma all'inverso, perchè ero io quella che aspettava aggiustando un ultimo dettaglio, il tovagliolo a forma di fiore, le luci soffuse, l'arrosto dentro il forno e la torta-sorpresa a sfiatare in camera da letto, che la nostra casa era così piccola che in cucina non ci si muoveva quasi. Soprattutto non sanno, loro, che rumore facevano i piatti mentre li spingevo uno a uno giù dal tavolo trattenendo il respiro e di tutte le schegge che volavano in giro. E il grande silenzio, dopo.
Ma ora tutto questo è lontano, oggi è la tregua dei pensieri, è la vacanza dei ricordi.
Guardo le rose, bevo un po' di bollicine. Le fragole hanno un sapore aspro e carnoso. Armeggio col fiocco del primo pacchetto, cosa sarà mai, gli dico, e ridacchio come chi gioca un gioco, un attimo prima che un pensiero improvviso mi colga, un'ansia, un'apnea. E sopra le candele smorte, sopra la carta da regalo mezza strappata e le fragole aspre di ottobre, ondeggiante sopra parole che si sono arrese per sfinimento al silenzio, e silenzi consegnati alle parole per inedia e dispetto, mentre i minuti corrono e gli altri aspettano, mi fermo un secondo e cerco i suoi occhi, li cerco perchè ne ho un bisogno impellente, immediato, qui, prima di fare qualsiasi altro gesto, li cerco e lo costringo ad alzare la faccia, stabilire il contatto, ripristinare il flusso. Perchè ho un bisogno urgente di essere guardata, davvero non so che ci troverò in quello sguardo, e per niente al mondo voglio rovinarmi la sorpresa.
domenica, 12 ottobre 2008
mercoledì, 10 settembre 2008
Quando la Sonia si è girata con gli occhi spalancati e la faccia tutta contratta in una smorfia tremenda, ho pensato che stesse per vomitare, o gridare, o svenire da li in piedi per un attacco di cuore. Invece è scoppiata in un pianto dirotto e si è coperta gli occhi con le mani, scuotendo la testa e singhiozzando, io non ce la faccio, non ce la faccio... Da tre giorni è rientrata dalla maternità, Emma la dolce ha compiuto un anno e ha iniziato ad andare al nido, e la So sta finendo di partorirla e staccarsi da lei. Mettiti comoda So, non ci si riesce forse veramente mai, anche a impegnarsi a fondo. Teo mi strilla quando gli chiedo vuoi dell'uva? una mela? ti va una fetta di torta? Perchè lo fai, mi chiede. Anticipo i tuoi desideri, gli dico, si chiama amore materno. Ma lo dico e so che non è vero, o almeno non del tutto.
Ho incontrato un tipo, in via Paolo Sarpi, dentro una gelateria, per caso. Una strada affascinante, che non avevo mai visto e che potrebbe stare, per chi non la conoscesse, a venti chilometri nord di Shangai. Lui era tutto impegnato a mangiare un gelato, portava una maglietta dei gondolieri di venezia e ridacchiava tra sè guardandomi. Una di quelle persone con una bolla prossemica straordinariamente ridotta, se capite cosa intendo, uno che se incontra la persona sbagliata si porta via una manica di botte senza neanche capire perchè. Mi si è avvicinato e mi ha raccontato che anche lui aveva una gelateria, vent'anni fà vicino alla Bocconi. Mi ha spiegato com'era diverso, allora, fare i gelati, e che adesso ci sono invece macchine meravigliose che ti fanno anche dieci gusti contemporaneamente. Si era messo in testa di impiantare una gelateria italiana a Miami, perciò ha venduto tutto ed è partito. Ma non ha funzionato. Allora ha girato mezza America suonando in un gruppo rock (mi ha detto il nome, l'hai mai sentito? Hanno anche fatto un album o due). Insomma, suonavano qua e là, era divertente, l'America è davvero grande. A San Francisco si è fermato cinque anni, poi a Chicago, New York. A New York sei sempre giovane, mi ha detto. Qui a Milano a quarantanni sei vecchio, lì hai ancora tutta la vita davanti. E perchè sei tornato allora? Ho sposato una modella, poi lei si è messa a lavorare per quella famosa rivista di moda... Quella? Toh guarda, ma allora siamo quasi colleghi! Mi ha detto il suo nome, (no, mi spiace, non la conoscevo) e comunque adesso non siamo più sposati. Fine del gelato. Fine della storia. Ora vado, scusa se ti ho importunato. Figurati, è stato un piacere. Quando sta per uscire gli dico, ehi, ma tu cosa suonavi? Il basso, mi dice lui ammiccando con orgoglio. Cavolo, io invece canto. Mi fa cenno di si, come se fosse ovvio trovarsi per caso in un posto in Paolo Sarpi e avere così tanto in comune, la musica, la nostalgia di New York, e quasi quasi, di sguincio, potevamo perfino essere colleghi. Il caso non esiste, ha ragione il Kung-Fu Panda. Gli faccio ciao ciao con la mano mentre se ne va a piccoli passi veloci e anch'io me ne vado per la mia strada.
(magari un giorno vi dico. Di altro, di viaggi, di nascite e morti e di tutte le stupidate così ovvie e singolari che fanno la vita di una persona. I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love /
If you want me again look for me under your boot-soles...- non la capisco bene ma fa abbastanza figo)
sabato, 31 maggio 2008
Camilla mi chiama, sei sola? Dai, vengo a trovarti. Arriva come un uragano, mi chiedo sempre come tanta energia possa comprimersi nel metro e sessanta scarso che sale le scale facendo i gradini due a due, come se fosse in ritardo a un appuntamento importante, o come se in cima alle scale ci fosse ad aspettarla un regalo, una sorpresa.
Già apro le braccia per accoglierla, e meno male che almeno lei non è cresciuta tanto da superarmi, così che posso abbracciarla dall'alto, chinandomi un po', e illudermi di essere ancora io, tra le due, quella che trasmette forza, protezione, affetto.
E' da natale che non la vedo, sono così felice che sia qui. Ancora prima di entrare in casa comincia a parlare, parole a fiumi, a fiotti, intanto ride e mi racconta di aver incontrato un gatto per strada, e che le hanno distrutto la portiera della macchina, e che si sta scaricando il cellulare, e ma questa libreria è nuova? e...
La faccio sedere, mi metto di fronte a lei e se l'espressione "mangiare con gl'occhi" ha un senso, è quello che faccio. I suoi, di occhi, viaggiano veloci, seguono il ritmo delle parole, si spalancano, roteano, si abbassano a controllare il cellulare, (si, si sta spegnendo), il mascara sottolinea ogni movimento di ciglia, e io penso che no, non è cambiata. Sotto il mascara pesante, gli occhi ombrettati d'azzurro, i piercing e i capelli di un nero non suo, la ritrovo intera, la stessa che abbraccio nella foto alla parete: dove tutti sono bambini, perfino Teo sorride e Dadà, sulla punta dei piedi, mi fa lo scherzo delle corna.
venerdì, 23 maggio 2008
Ci sono momenti in cui mi ricordo di avere una fede che mi faceva scavalcare cancelli e abbracciare sconosciuti allo stadio. Ho molta nostalgia di quegli abbracci. Ma Dadà ha messo il bandierone alla finestra, e sfotte Teo che è milanista, rifacendosi di una lunghissima adolescenza di partite sofferte dove non si vinceva mai, mai, mai. Un pareggio ogni tanto.
Forse è per questo che da una settimana ho un riflusso adolescenziale che mi porta ad ascoltare i Green Day in lunghissimi loop. Mi piace come la batteria attacca potente all'inizio e come alcuni pezzi abbiano come una musica dentro l'altra, tre canzoni in un unico brano. Vado anche di Foo Fighters, Offsprings (solo un paio di brani, dai) e alcune vecchie canzoni ska, assolutamente demenziali, che stanno su un cd abbandonato in macchina, e mi fanno ridere ogni volta. Vabbè, mi curo.